ROMA Tra le leggende di via Margutta, da Audrey Hepburn a de Chirico, da Fellini a mille artisti come Eliano Fantuzzi che viveva con la moglie Pierrette e diciotto gatti siamesi, da ieri c'è una new entry: Renzo Mingolla. Chi è? Un giovanotto dai contorni oscuri. Ma questo giovanotto verrà ricordato per aver tentato uno dei più spericolati abusi edilizi di tutti i tempi: l'hanno beccato mentre si costruiva una casa a ridosso di via Trinità dei Monti, a dispetto di tutte le tutele paesaggistiche e monumentali, a un centinaio di metri dalla celeberrima scalinata, nel delizioso quartierino alle spalle di quella che è una delle più celebri strade del mondo. Ai vigili del Comune di Roma, irritato per l'intromissione, ha intimato di lasciar perdere. Poi ha denunciato, ti pareva, un complotto politico. Una macchinazione per danneggiare Silvio Berlusconi del quale lui (lui!) sarebbe nientemeno che il «responsabile tecnico dell'immagine». Testuale: «E' risaputo che lavoro presso la presidenza del Consiglio». Vero? Falso? Breve controllo telefonico. «Sì, qui palazzo Chigi: Mingolla chi? Mai sentito. Mai visto. Mai avuto un ufficio. Mai avuto nell'agenda». Del tutto ignoto, l'uomo, in realtà non è. Già collaboratore in Hdc di Luigi Crespi, l'ex sondaggista del Cavaliere, bazzi-ca da tempo nei dintorni della Roma che conta, pattuglia i corridoi dei ministeri, si intrufola nei salotti, si fa fotografare alle feste di compleanno mentre si muove disinvolto tra Simona Ventura e Flavio Briatore, frequenta qualche giornalista di grido, si vanta di essere nei giri giusti e di avere un rapporto diretto con il capo del governo saldato durante la campagna elettorale per eleggere Alessandra Guerra alle regionali del Friuli-Venezia Giulia. Nello stesso sito dell'Ordine dei Giornalisti di Milano viene definito, nel gennaio 2004, «portavoce del ministro Tremonti e consulente, a palazzo Chigi, di Silvio Berlusconi». Fatto sta che a un certo punto finisce nelle intercettazioni disposte da Henry John Woodcock. Tony Renis, del quale il pubblico ministero di Potenza chiederà invano l'arresto, viene infatti registrato mentre chiede a Mingolla, che si presenta come «curatore di immagine», di essere messo in contatto con Tremonti per una faccenda oscura che riguarda il recupero crediti della Federconsorzi. Il nostro si dichiara disponibile. Ma poi, improvvisamente, si ritrae: «Questa cosa rischierebbe di fraintendere il mio ruolo all'interno del ministero». Una sterzata brusca. Dovuta a un dettaglio che emerge proprio dalle carte della magistratura. In una telefonata, Mingolla «comunica esplicitamente al suo interlocutore di avere il telefono sotto controllo, circostanza della quale sarebbe stato avvertito da qualcuno quella stessa mattina, "appena sceso dall'aereo"». Ma torniamo al tema. E' sabato mattina. I vigili urbani sono sulle tracce di un piccolo abuso alle spalle di via Margutta, in quel quartierino che, scrive Claudio Rendina nel suo libro su Roma, «all'origine era soltanto il retro dei palazzi del Babuino, dove si posteggiavano le carrozze, i carretti, i depositi e le scuderie». Un gioiellino urbanistico «di piccole case degli stallieri, muratori, marmisti, cocchieri» aggrappato sulle pendici del Pincio e rimasto miracolosamente quasi (quasi) intatto. A un certo punto, i vigili si imbattono in qualcosa che non si aspettavano. In cima a uno dei viottoli tortuosi che si inerpicano c'è una recinzione da cantiere. E al di là vedono che c'è qualcosa che non va. A farla corta. Salta fuori che in un terreno appena sotto il viale di Trinità dei Monti che scorre a monte di via Margutta, terreno di proprietà del Centro S. Alessio Margherita di Savoia per i ciechi, un ente regionale che probabilmente ha consentito all'inquilino di fare dei lavori straordinari con l'impegno a detrarre poi l'importo, anno dopo anno, dall'affitto, hanno tirato su una casa nuova di zecca. Il capo dei muratori, un rumeno di nome Aurel Mocanu, dice di non saperne niente: lui è lì per lavorare e basta. Rapido controllo e l'assessorato all'urbanistica scopre che certo, c'era una Dia, cioè una dichiarazione di inizio attività. Ma solo per ripristinare un manufatto. Quale? Dagli allegati non si capisce molto: sono foto in bianco e nero così confuse che sembrano certi disegni dei fatti nel Seicento o nel Settecento dai pittori innamorati dei ruderi romani sommersi da una lussureggiante vegetazione. L'autorizzazione c'era stata. Ma vista l'inedificabilità assoluta della zona, che gode di uno dei più spettacolari panorami del mondo ed è ai piedi della casina Valadier e di villa Medici, sede dell'Accademia di Francia, era stato consentito solo, appunto, il ripristino di ciò che c'era. E comunque ogni permesso era ormai carta straccia perché Mingolla non solo aveva fatto buttar giù ciò che restava del casotto preesistente, condonato, ma aveva fatto sbancare tutto e ordinato di tirar su una casa nuova. Totalmente abusiva. E grande il triplo del diroccato edificio che, stando alle dichiarazioni, c'era prima. Non solo: poco più in là, dove era stato compiuto un altro sbancamento, erano già state gettate le fondamenta per un secondo edificio. Non bastasse ancora, per avere le mani libere nel lavoro di consolidamento della massicciata dopo gli sbancamenti, i muratori avevano spaccato e rimosso il muretto (di proprietà pubblica, ovvio) che corre lungo viale Trinità dei Monti. Il rapporto, steso dal vice-capo di gabinetto Luca Odevaine, è adesso sul tavolo di Walter Veltroni. Che potrebbe decidere, legge alla mano, di regolarsi come fece con la villa abusiva tirata su nell'agosto dell'anno scorso sull'Appia Antica, a due passi dalla Tomba di Cecilia Metella. Abbattuta con le ruspe nel giro di ventiquattro ore. Resta, in ogni caso, una domanda non troppo impertinente da girare proprio a Berlusconi: se il condono edilizio non avesse lanciato il messaggio che comunque un accordo un po' sporchetto con lo Stato si può sempre trovare, pensano davvero che qualcuno avrebbe provato a tirar su una casa totalmente abusiva nel quartierino di Via Margutta?