I miei studenti di architettura vorrebbero sempre progettare piazze. E io mi affanno a risponder loro che no, non si può, non serve, che è anacronistico. Sarebbe come costruire con capitelli e trabeazioni, come dipingere in modo figurativo o, ancora, come comporre musica con le armonie di Bach e Mozart. Nellarte dobbiamo esprimere noi stessi e il nostro tempo. E poi - continuo - i luoghi e i riti collettivi oggi sono altri, sono i templi del commercio, quelli della forma fisica e i paesaggi del tempo libero. Quelle sono oggi le nuove piazze. E insisto nella provocazione, indicando loro che le piazze contemporanee magari sono facebook, twitter, ebay o youtube, luoghi di interazione e di passione - individuale e collettiva - capaci perfino di travolgere i regimi politici. E il mio modo per insegnare ai giovani allievi che la nostra cultura ha perso lo spazio pubblico e quindi le piazze, relegando i vuoti urbani a una sola funzione utile: spostarsi. E anche un modo per indicare che lo spazio pubblico nel Novecento è deperito, ritirandosi a poco a poco dentro grandi contenitori privati di uso semipubblico, dove celebriamo i nostri riti, come tanti singoli, uno accanto allaltro, senza mai condividere, senza mai dialogare o associarci; in quei centri commerciali, nelle palestre, nelle discoteche o nei musei, viviamo una curiosa solitudine di massa, consolandoci nel consumo dei nostri desideri. Le piazze nelloccidente erano sorte per utilità, ma con un fine celebrativo: da quelle del mercato a quelle dellarengario, da quelle delle processioni religiose a quelle della predicazione, dalle place royale a quelle nazionali, anche repubblicane. Ma dopo che è stato scritto "Luomo senza qualità", quale eroe potremmo metter in cima a una colonna a guardia di una piazza? Quelle piazze erano anche un fatto traumatico, un ricordo di eventi drammatici, erano lesito di un sacrificio, proprio come lo intendeva Ruskin, o almeno di una devoluzione di ricchezze e di privati diritti edificatori, a favore della collettività: insomma erano il simbolo concreto di una volontà politica - magari prepotente - o di un impegno civico. Lì sorgeva il monumento, cioè il ricordo e lammonimento. Ma quale fatto o gesto potremmo evocare oggi, che invece viviamo nellanestetico di un eterno presente, che somiglia tanto alla "fine della storia", senza una narrazione da issare su un facciata della piazza? Più che da grandi monumenti, la scena delle nostre piazze era arricchita da molte istituzioni sociali intermedie, quegli interessi comunitari e valori civici che hanno generato i nostri sistemi democratici e animato i nostri spazi urbani; basta confrontare una piazza cinese con una italiana per capire di cosa stiamo parlando. Non è facile disegnare oggi il volto urbano di queste istituzioni, che sono deperite, per via di globalizzazione, la quale invece ha favorito le grandi corporations condensandole in icone del capitalismo e del consumo: saranno forse questi i nostri valori contemporanei da celebrare? Poi ci sono le tecniche. Innanzitutto la tecnica della visione. Ogni piazza ha sempre impressa, nella propria fisicità costruita, il modo di vedere, la tecnica percettiva della sua epoca storica. Questo spiega le piazze introverse e variabili del Medioevo, la razionalità prospettica del Quattrocento, il Seicento con quei suoi modi teatrali e lillusoria seduzione, lo spazio antiprospettico del Novecento e quello liquido più recente: sono concetti spaziali, sono posizioni filosofiche e tecniche della visione, tutti condensati nella forma di un luogo. Ma nelle trasparenze prive di forma che avvolgono la nostra civiltà di oggi, quale forma potremmo imprimere a un luogo urbano? E una domanda che evoca laltra tecnica, la tecnica del progetto, che, invece di pensare alla forma dei luoghi, da un secolo si occupa solo di spazi e volumi, intendendo lo spazio come qualcosa di astratto, che fluisce in tutte le direzioni, pura forma geometrica guidata da criteri platonici. Allo stesso modo ha inteso le masse costruite come volumi puri, pensati come oggetti scultorei isolati, come merce staccata dai contesti, proprio come la nostra civiltà pensa ai prodotti e al denaro (altra merce) per colonizzare il mondo. E un modo di progettare che va cambiato. E allora, allattenzione per i soli volumi, preferiamo la passione per i vuoti, anche per i vuoti urbani. Infatti i vuoti ospitano le relazioni fra le cose, le relazioni fra le persone, mettono in relazione gli edifici e le persone con il loro vissuto: il luogo è un concetto molto più ricco dello spazio o dei volumi, condensa qualità aristoteliche, intreccia esperienze e interpretazioni. Perché figura e spirito non possono separarsi, è nel patrimonio genetico della nostra cultura artistica - si pensi al bel viso dipinto di una Madonna - che le immagini possiedano una loro fisicità e spiritualità assieme. Lo stesso deve valere per i luoghi che progettiamo. Da qui può nascere una riscossa. Anche perché altri segni ci sono: la riscoperta dei valori della città, della densità e dello spazio urbano, il rinascere di un desiderio di socialità e partecipazione, liberi dalla logica del puro dominio del denaro, una nuova domanda (telematica) di maggior interazione fra le persone. E poi la struttura dellesperienza e la percezione della gente che vanno cambiando, forse più superficiali e simultanee, ma più estese e connesse, più variabili e vive. Viene a mente uno scenario simile a quello descritto da Goethe quando arriva a Verona e descrive la multiforme varietà dellesperienza e degli spettacoli umani che si svolgono nelle piazze e nei luoghi pubblici, che da essi prendono forma. Questo è soprattutto la piazza: un intreccio di vita che dà forma a un luogo, che cambia nel tempo e che vi lascia impressi i valori condivisi della comunità che lha creata. Se guardo agli edifici che ho costruito - giacché nessuno di noi ha più costruito una piazza - vedo tanti portici che ne fasciano i fianchi e che proiettano le funzioni degli edifici verso lesterno dello spazio pubblico: non sono ancora unespressione compiuta, ma mi piace pensare che siano portici in attesa di piazze. Che verranno.
FIRENZE - Dai vuoti urbani nascono le piazze
L'autore discute la mancanza di piazze pubbliche nella società contemporanea e come questo sia un problema. Secondo lui, le piazze erano un luogo di celebrazione e di socialità, ma oggi sono state sostituite da luoghi privati come centri commerciali e palestre. L'autore sostiene che la tecnica della visione e la tecnica del progetto hanno influenzato la forma delle piazze, rendendole più astratte e geometriche. Per questo, l'autore propone di tornare a considerare i vuoti urbani come luoghi di relazione e di socialità, piuttosto che di spazi vuoti.
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