Il caso Alcune modifiche al Codice dei beni culturali introdotte dal nuovo decreto legge 702011, in vigore dal 14 maggio, impediranno la tutela di un edificio di proprietà pubblica non più per cinquantanni dalla sua esecuzione, ma addirittura per settanta. Per di più, gli enti locali potranno cedere in gestione i propri immobili senza alcun controllo da parte del ministero. E, grazie a unaltra modifica, lazione di questultimo viene indebolita anche nella tutela del paesaggio. Così, il nuovo "federalismo demaniale" mostra come sia facile confondere interessi locali condizionati spesso da inefficienze di gestione, per non dire altro, con valori difesi da una legge ancorata al fondamentale enunciato dellarticolo 9 della Costituzione. Non sono molti, a Napoli, gli edifici pubblici di rilievo costruiti tra il 1941 e il 1961. Qualcuno, come il Politecnico di Luigi Cosenza o la Stazione centrale, sono stati vincolati. Qualche altro, come lo stadio San Paolo, non lo è ancora. Ma la nuova norma colpirà, a seguire, la Borsa Merci di Michele Capobianco, la Facoltà di Teologia di Alberto Izzo, la Casa del Portuale di Aldo Loris Rossi, la Stazione della Circumvesuviana di Giulio De Luca e Arrigo Marsiglia, la Centrale di Sollevamento Arin di Nicola Pagliara e così via. Un danno che si propagherà nel tempo e nello spazio, aumentando proporzionalmente al numero delle opere darchitettura moderna e contemporanea degne di questo nome realizzate nella nostra regione. Lidea per cui la tutela debba essere, "a prescindere", contraria ad altri interessi pubblici e che valori culturali di respiro nazionale e internazionale siano contrapposti a quelli legati al bilancio amministrativo di un ente locale, è tra le più paradossali. Quale vantaggio, in termini economici, si potrà mai assicurare al bilancio del Comune di Napoli, della sua Provincia, della stessa Regione Campania, rispetto al danno inflitto ai valori che questo territorio ha espresso nella seconda metà del Novecento? A ben vedere, la stessa idea di imporre un tempo "neutrale" di sicurezza, qualunque esso sia, alla tutela di un edificio, è sbagliata in linea di fatto e di principio. Unarchitettura non si può valutare guardando le lancette dellorologio. Né il tempo è una scatola vuota priva di contenuti: se si delega la tutela di unopera di qualità a chi verrà tra cinquanta o settantanni, occorre metterlo nelle condizioni di farlo. Ma che cosa gli si lascerà, senza che nel frattempo sia stata presa alcuna misura di salvaguardia? Si confonde, così, linvecchiamento di un edificio con la sua storia, "difendendolo" dalla tutela istituzionale e favorendone loblio, le possibili modifiche o la possibile distruzione. Una nuova storia inizia dal momento stesso in cui una nuova opera vede la luce: non può essere tenuta in stand by per un tempo stabilito a tavolino. Ma, al contrario che per un dipinto, una scultura, un libro, è alto il rischio che unarchitettura di qualità, legata alle funzioni per cui fu realizzata, sia modificata se esse mutano o si aggiornano. Dunque, piuttosto che ricorrere a espedienti che tentano di fermare il tempo o ad artificiose distinzioni tra proprietà pubblica e privata, occorre proteggerla con una più dinamica concezione e gestione dello strumento di tutela.
NAPOLI - Ora la tutela spetta solo agli edifici pubblici con più di settantanni. Si potrà distruggere lo stadio San Paolo
Il nuovo decreto legge 702011 ha introdotto modifiche al Codice dei beni culturali, che impediranno la tutela di un edificio di proprietà pubblica per cinquantanni, ma addirittura per settanta anni. Gli enti locali potranno cedere in gestione i propri immobili senza controllo da parte del ministero. La tutela del paesaggio viene anche indebolita. Queste modifiche colpiranno molti edifici pubblici di rilievo costruiti tra il 1941 e il 1961, come il Politecnico di Luigi Cosenza e la Stazione centrale. La nuova norma aumenterà il danno alle opere d'architettura moderna e contemporanea della regione.
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