Cè un filo, tra i tanti, che ha tenuto legate le vicende di Napoli e Milano, la loro necessità di rinnovamento, la curiosità di scommettere sul fatto che altri percorsi sono possibili, e più credibili. Si tratta di un filo nel quale hanno convissuto lavventura nefasta e perdente dello sviluppo connesso unicamente con il cemento, linutile alchimia dei "piani casa", le promesse, continue e trite, di sanare gli abusi e di non abbattere più nulla, il tentativo continuo di ridurre il paesaggio a materiale manipolabile allinfinito e considerare larchitettura di qualità, altrove simbolo della rigenerazione urbana, come un inutile impiccio sulla strada della speculazione. Eppure si tratta di un legame tra realtà strutturalmente diverse. Negli ultimi anni la Milano della Moratti è diventata terreno di caccia dellimmobiliarismo daccatto, nel quale le dinamiche della rendita urbana hanno dettato le regole urbanistiche, le varianti, le deroghe, buona parte del nuovo piano comunale (Pgt) in corso di approvazione e che preconizza circa 18 milioni di metri cubi di nuove costruzioni entro il 2030, in una città dove già ora la quota di invenduto è altissima. Gli esiti e i miraggi di questa nuova "Milano da costruire" sono peggiori delle premesse: a più di tre anni dalla vittoria contro Smirne per ospitare lExpo 2015, ad esempio, il tempo è trascorso soltanto in continue diatribe per limare al rialzo le volumetrie da costruire in unenorme area di 1,7 milioni di metri quadrati, che comprende persino parte del territorio della città di Rho. Il tema dellExpo, "Nutrire il pianeta", è apparso ridimensionato in un più vantaggioso "nutrire il capitale", soprattutto quello che scappa via dopo aver manomesso il territorio. In questo campo hanno preferito giocare la Moratti e i suoi suggeritori, promettendo lapprovazione del piano «entro giugno» e garantendo elasticità estrema sulle aree Expo. A questa idea di una Milano che sarebbe passata (sulla carta) da 1,3 a 1,7 milioni di individui, i cittadini hanno risposto con il voto, preferendo una forse più rassicurante città multietnica, solidale, sostenibile. Città della qualità che prevale sulla quantità. Pur se con una tradizione, in parte anche ingiusta e un po mitizzata, di disordine urbanistico, Napoli si affaccia nel nuovo percorso di governo con uneredità molto diversa da Milano, quasi contrapposta. A partire dallapprovazione del piano regolatore nel 2004, e in parte ancora prima, dalladozione del preliminare nel 1997, le regole urbanistiche sono tra le poche vigenti, chiare e in buona parte legittimate e rispettate, sia dai singoli cittadini che dagli investitori immobiliari. A tali regole, però, è stata addebitata la scarsa mobilità dei capitali, le dinamiche immobiliari alterate, la lentezza nellapprovazione dei progetti urbani che in molti casi ha messo in difficoltà tangibili la possibilità e la capacità dimpresa. Nei fatti, a una sostanziale stasi nelle aree centrali, e a una città "di mezzo" (Napoli Est, Bagnoli e tutti i frammenti urbani a Occidente, larea Nord) costituita finora solo da progetti, ha fatto da contrappunto una ripresa dellabusivismo nelle frange periferiche, soprattutto quelle limitrofe ad alcuni Comuni della prima corona urbana. Annusato questo scenario, la campagna elettorale del centrodestra ha incredibilmente fatto ancora una volta leva sulle mani libere, sul laissez faire urbanistico, sulla sanatoria incondizionata degli abusi, sul blocco degli abbattimenti, sugli ammiccamenti, più o meno espliciti, il cui obiettivo finale sarebbe stato archiviare linutile piano regolatore in uno scaffale degli uffici comunali. Anche i cittadini di Napoli hanno risposto con il voto a questa idea, dassalto ma troppo sfocata e fittizia, della città. Risolvere la crisi urbana con un neo-laurismo dellemergenza, con incomprensibili leggi speciali, o con il potere salvifico del capitale semi-privato ma in realtà quasi sempre pubblico e, soprattutto, agire ancora una volta a spese del territorio, dellidentità e della vivibilità urbana, si è mostrata da subito una proposta indigesta. Con intelligenza, de Magistris ha intuito linsipienza di queste proposte e ha intercettato lo scontento, i timori e i dubbi che esse hanno inevitabilmente generato. Tuttavia, lidea di città, le priorità urbanistiche, la lettura pertinente delle questioni in campo del nuovo sindaco e della compagine che lo ha sostenuto non appaiono ancora sufficientemente chiare e orientate. In che modo il tema portante della "discontinuità" caratterizzerà le politiche e le pratiche urbanistiche della nuova amministrazione? È solo una questione di nomi o cè necessità di rimettere mano gradualmente agli strumenti? Come colloquiare con i capitali privati, garantendo il sistema di regole attuale e, contemporaneamente, un nuovo sviluppo, evitando derive come quella di Milano? Lurbanistica non è un accessorio o un mero sistema di regole. È, invece, un pezzo determinante nella costruzione sensata del futuro, come dimostrano le esperienze di tutte le grandi città europee (una delle ultime è quella de "Le Grand Paris"). Oltre alla domanda di efficienza nellordinario, dal voto è emerso il bisogno di regole e visioni, di immaginare il futuro e di farlo vedere. Con progetti, ma anche con racconti nuovi.