L'ex presidente del Consiglio superiore dei beni culturali lancia allarmi infondati Vuole la produzione di documenti inutili sui beni da tutelare Quando il pregiudizio offusca la mente, anche un personaggio tenuto in alta considerazione nel mondo della cultura può scrivere sciocchezze. È il caso di Salvatore Settis, a sinistra venerato come un guru, solito dispensare (fin da quand'era ai vertici del Consiglio superiore dei beni culturali) attacchi, critiche, stroncature contro il governo Berlusconi. Settis pontifica, soprattutto sul quotidiano principe dell'opposizione, contro governo e dicastero specifico, secondo lui impegnati a distruggere il patrimonio culturale della nazione, ovviamente per lerci interessi di persone o gruppi. L'ultima rampogna di Settis è apparsa qualche giorno addietro appunto su la Repubblica. Sono oltre settemila battute di guerra dichiarata al decreto-legge n. 70, sullo sviluppo, segnatamente ad alcune disposizioni in materia di immobili e di beni culturali, il tutto all'insegna, cara all'autore, di appelli e citazioni della Costituzione, operati a sproposito, con toni moralistici e ostentato dolore per i pretesi malanni causati dal centro-destra. Riportiamo un brano dell'infinita articolessa, che permette di capire quale animo muova una simile pseudo autorità della cultura italiana: «Come scusante di altre privatizzazioni si invocò in passato la pubblica vigilanza su edifici di interesse culturale, poiché una norma già presente nella legge Bottai del 1939 e ripresa dal Codice Urbani (articolo 59) prescrive che il proprietario debba comunicare al Ministero "ogni atto che ne trasmetta in tutto o in parte la detenzione"». Niente paura, il governo ha pensato anche a questo: questa norma viene semplicemente soppressa (art. 4, c. 16, nr. 4 del decreto), cestinando la fastidiosa ipotesi che le Soprintendenze, sapendo chi ha in mano un immobile storico, possano verificarne la conservazione. Potremo così sventrare impunemente palazzi del Seicento, trasformare chiese in discoteche e conventi in supermercati o condominii, senza che nessuno ci metta il naso. Già depotenziata per l'assenza di risorse e il calo di personale, la pubblica amministrazione della tutela viene in tal modo inceppata rendendo di fatto impossibile ogni vigilanza." Le cose non stanno così. Riassumiamo i fatti, che sono ben altro,dalle interpretazioni distorte. Il codice dei beni culturali sancì l'obbligo, per il proprietario di un immobile storico-artistico, di denunciarne al ministero ogni trasferimento, totale o parziale, di proprietà o di detenzione. Attenzione: in parole povere significa, fra l'altro, che ogni volta che in un immobile storico cambiava un inquilino, il proprietario doveva segnalarlo alla locale sovrintendenza. La norma sussisteva già nella legge Bottai, ma non era mai stata applicata. Infatti, la disposizione era superata dal regolamento di attuazione e, sul piano dei fatti, nessuno aveva mai denunciato le locazioni e nessun soprintendente si era mai sognato di chiederlo. Infatti non risultava una sola denuncia per omissione di atti d'ufficio verso alcun soprintendente, per non aver denunciato i reati di omessa denuncia scoperti durante sopralluoghi a immobili date in locazione e non denunciate. Se si fosse pretesa la denuncia (limitiamo il discorso alla locazione), le sovrintendenze si sarebbero riempite di segnalazioni da tenere in archivio, senza sapersene che fare, posto che loro interlocutore era ed è il proprietario, non il conduttore. Sarebbe stato un lavoro meramente burocratico, privo di qualsiasi utilità pratica, con un costo e un fastidio pure per il proprietario, il quale, indipendentemente da chi siano i propri inquilini, resta l'unico responsabile del bene di fronte al Ministero. Senato e Camera avevano consigliato di non istituire l'obbligo di denunciare le locazioni. Il ministero, tuttavia, nonostante fosse ben informato dello stato dei fatti, inserì la disposizione nel codice, probabilmente per velleità impositoria di qualche alto burocrate. Risultato: produzione di carta, trasmessa dai proprietari (ogni mutamento d'inquilino andava segnalato) alle sovrintendenze, per le quali l'apprendere tali dati aveva la stessa importanza che conoscere le partite sulla schedina del totocalcio. Con un aspetto che al paradosso aggiunge la perversione: il proprietario inadempiente era punito con la reclusione fino a un anno. Preso atto dell'inutilità di una norma che serve soltanto ai produttori di carta e aggrava le incombenze sia dei cittadini sia degli uffici pubblici, il governo ha pensato bene di sopprimere l'obbligo. L'ha fatto, appunto, con il decreto-legge per lo sviluppo: attenzione, però, ha eliminato l'obbligo esclusivamente per trasferire la detenzione degli immobili d'interesse culturale. Il ministero può tranquillamente verificare il rispetto delle norme di tutela, interpellando il proprietario. Permane l'obbligo di denunciare il cambio di proprietà e permane altresì l'obbligo di segnalare il mutamento della detenzione ove si tratti di beni mobili. Il che ha una sua logica: un bene culturale mobile preso in affitto può essere spostato, laddove un immobile rimane dov'esso si trova. Il pontefice dei beni culturali, invece, ha creduto (se in buona fede) che la soppressione fosse totale e che quindi le sovrintendenze nemmeno saranno più a conoscenza di chi siano i proprietari degli immobili vincolati. Così non è, perché sono soltanto i nomi degl'inquilini che gli uffici preposti alla tutela ignorano, come per decenni era avvenuto, trattandosi di un elemento perfettamente inutile per la tutela del patrimonio culturale. Gli sventramenti, le modifiche, le trasformazioni che Settis paventa in lacrime, non potranno mai esserci, per il semplice fatto che l'inquilino di un palazzo del Seicento mai potrebbe effettuare lavori. È e resta il proprietario unico legittimato a chiedere modifiche: chiedere, beninteso, non ottenere. La norma di semplificazione (per una volta introdotta il governo ha semplificato!) non incide in nulla sull'opera di conservazione del patrimonio. La vigilanza pubblica proseguirà come oggi, favorita anzi da un adempimento burocratico in meno, che serviva solo ad appesantire il lavoro.
Settis vede lucciole per lanterne. Vuole la produzione di documenti inutili sui beni da tutelare
Il presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, Salvatore Settis, ha lanciato un allarme infondato sulla soppressione del decreto-legge n. 70, che ha eliminato l'obbligo di denunciare le locazioni di immobili storici. Settis sostiene che la soppressione della norma porterà a una distruzione del patrimonio culturale, ma in realtà la norma era già inesistente e la soppressione non ha cambiato nulla. La norma originaria era stata inserita nel codice dei beni culturali nel 1939, ma non era mai stata applicata.
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