Rassegne, retrospettive in vista della Biennale Arte di Venezia Dalle promesse espresse nell'esposizione panaraba dei Magazzini del Sale ai disegni e le statuine di argilla di Marisa Merz, assaporando l'alchimia della materia presentata alla Fondazione Vedova. Proposte di percorsi espositivi prima del 54 appuntamento nella città lagunare che aprirà al pubblico il 4 Giugno In Laguna, sarebbe meglio sbarcare con le tasche piene di semi di girasole. Ma anche uno solo può bastare: l'importante è lasciarlo vicino al padiglione della Cina, come gesto di sostegno e protesta per l'arresto dell'artista Ai Weiwei, dal 3 aprile in stato di detenzione nel suo paese, formalmente a causa di una evasione fiscale, realmente per le sue sollecitazioni alla libertà di espressione. Un seme di girasole, quindi, come quelli - in ceramica - che Weiwei gettò a migliaia sul pavimento della Modem Tate di Londra, invitando i visitatori a calpestarli. Chi però volesse intraprendere un percorso alternativo alle Corderie, Arsenale e Giardini, può immaginare una sua «mappa» personale, addentrandosi fra calli, palazzi storici e chiese, alla ricerca delle mostre che costellano la città di Venezia durante il periodo della 54ma Biennale (aperta al pubblico dal 4 Giugno al 27 Novembre). Per scongiurare l'overdose visiva, cercheremo di dare qualche consiglio per una agile guida a prova di stress. Metamorfosi della materia Prima tappa, i Magazzini del sale. Qui sono due le rassegne da non perdere: la collettiva panarabica che vede trentasei artisti - che vanno dal Libano all'Algeria alla Tunisia fino all'Arabia Saudita - confrontarsi con il tema del futuro inteso come «promessa» (il titolo è memore anche delle recenti «primavere» rivoluzionarie). Ci sono nomi molto conosciuti, come Mona Hatoum, Emily Jacir e Kader Atta e altri meno noti nella scena occidentale, come Ayman Yossri Dayban (Palestina Giordania), Raafat Ishak (Egitto) o Driss Ouadahi (Algeria), Restando in zona, si può varcare la soglia della Fondazione Vedova - nata proprio dentro i Magazzini del Sale, su disegno di Renzo Piano, due anni fa - che presenta due mostre «parallele» a cura di Germano Celant. L'incontro è con due giganti dell'arte contemporanea: Emilio Vedova e Anselm Kiefer che proporrà Salt of the Earth, mentre dell'artista veneziano, nell'ex suo studio, ci sarà «In continuum», l'imponente ciclo costituito da centonove tele, di cui la maggior parte in bianco e nero, realizzate alla fine degli anni Ottanta. Il tedesco Kiefer, invece, esplorerà l'alchimia a partire dal sale, elemento sempre attivo nei processi (simbolici) di metamorfosi della materia. Camminando ancora un po', si arriva a Punta della Dogana e si viene investiti dall'Elogio del dubbio, titolo suggestivo della rassegna con cui accoglie il pubblico la François Pinault Foundation. Pensata da Caroline Bourgeois, è un dialogo serrato fra opere storiche e nuove produzioni di artisti quali Adel Abdessemed, Maurizio Cattelan, Sudodh Gupta, ma anche Donald Judd, Marcel Broothers, Bruce Nauman. L'indagine a tutto campo apre verso l'incertezza esistenziale e al centro di quel turbamento c'è la non riconoscibilità di una istanza identitaria. È ora di spostarsi nello scacchiere veneziano e affacciarsi a campo SS. Giovanni e Paolo. Qui, nella sala San Tommaso - in un contrasto netto col tema della mostra di Bice Curiger, curatrice della Biennale, tutta improntata alle «Illuminazioni» - ci si addentra in un regno notturno. Provocatoriamente, alcuni artisti cinesi hanno chiamato la loro collettiva Menglong; oscurità appunto, ispirandosi al poeta Gu Cheng che nel 1979 invitava scrittori e intellettuali a rompere con l'arte di propaganda del regime. I finestroni della sala San Tommaso sono «sbarrati» dalle proiezioni video di Qiu Anxiong dove si susseguono a ritmo incalzante i volti di persone in bianco e nero, sprigionando un senso di smarrimento totale. Qiu Xiaofei mette in scena la sua stessa infanzia e ricrea la sua stanza di bambino. Su un monitor, scorre l'immagine della madre realmente affetta da schizofrenia e posta sotto cure sedative, mentre su un altro schermo l'artista travestito con gli abiti femminili di quel genitore malato recita brani di follia. Chiudono il percorso della mostra le pitture di Jia Aili, spazi onirici e cupi, più tendenti all'incubo che al sogno. Figure dell'affettività Il russo Oleg Kulik ci trasporta invece nel «ventre» della Scuola Grande di san Rocco. È qui che ha allestito la sua video-installazione, una vera e propria liturgia spaziale: Vespri della Beata Vergine. After Monterverdi. L'opera - che riporta la produzione teatrale realizzata da Kulik allo Chatelet di Parigi - entra in collisione e nello stesso tempo accompagna i dipinti del Tintoretto che decorò la Scuola con un ciclo di sacre rappresentazioni tra il 1564 e il 1588. Infine, l'italiana Marisa Merz. Alla Fondazione Querini Stampalia (a cura di Chiara Bertola) un progetto espositivo ideato esclusivamente per l'istituzione veneziana da quest'artista che pur ascritta al movimento dell'Arte Povera ha sempre percorso una sua strada solitaria. Disegni tracciati a grafite su tela, pastelli e cera su cartone, testine in argilla cruda: l'itinerario di Merz s'incentra sul volto umano sospendendo la dimensione temporale nelle fisionomie affettive e psicologiche. Un'altra figura di donna cui si può andare incontro a Venezia nei giorni del vernissage Biennale e anche in seguito è la personalità di Ileana Sonnabend. La gallerista nata a Bucarest, divenuta poi una straordinaria collezionista, fu la prima moglie di Leo Castelli e negli anni mise insieme una raccolta strepitosa di opere d'arte. Un assaggio in sessanta opere è alla Peggy Guggenheim, una selva di sculture, dipinti e installazioni prodotti da artisti come gli italiani Pistoletto, torio, Manzoni, Calzolari e poi Lichtenstein, Rauschenberg fino ai fotografi Becher, Hofer e Sugimoto.