Ledo Prato Segretario generale «Mecenate 90» A proposito di federalismo demaniale, non è un tabù la collaborazione efficace tra Stato, amministrazioni locali e imprese C'è un nucleo di intellettuali che, in materia di beni culturali, ripone le sue fiducie esclusivamente nello Stato. Sarebbe giusto se lo Stato fosse immune da colpe, negligenze e responsabilità. Purtroppo sappiamo che non è così, anche se non sempre la colpa è da attribuire ai funzionari ministeriali che si occupano della tutela dei beni culturali. E allora, ogni volta che si chiamano in causa gli altri soggetti pubblici, Regioni, Province e Comuni, costoro paventano scenari disastrosi. E' ciò che sta avvenendo a proposito del cosiddetto federalismo demaniale. Da più parti si evocano due fantasmi: gli enti locali e regionali, rei di nefandezze di ogni genere, e i privati che, per definizione, sono speculatori e malfattori. Eppure basterebbe guardare fuori dai nostri confini per conoscere esperienze di successo come i parador de turismo in Spagna o i relais chateaux in Francia. In entrambi i casi sono stati recuperati e valorizzati (termine che suscita incubi notturni a chi rimpiange il bel tempo in cui i musei chiudevano alle 14.00 come gli uffici postali, ed erano visitati solo «dai colti e dagli studiosi») castelli e dimore storiche, con evidente beneficio per la salvaguardia del patrimonio culturale, l'accoglienza dei turisti e lo sviluppo locale. Ma anche in Italia non mancano esempi virtuosi, dal Nord al tanto vituperato Sud, di palazzi, musei e castelli di proprietà civica, curati e gestiti secondo metodi innovativi e con risultati che nulla hanno da invidiare ai beni gestiti dallo Stato o dal Ministero per i beni e le attività culturali. La Puglia, grazie a funzionari ministeriali e amministratori regionali e locali attenti e sensibili, ha saputo preservare il suo patrimonio, nelle città come nei centri minori. Segnalo l'intelligente opera del Sindaco di Barletta con il Palazzo Marra o quanto è stato fatto per risanare il centro storico di Bari, di Lecce o di Brindisi e centri minori come Alessano, Parabita, Specchia, solo per citare alcuni casi esemplari. Nessuno può negare che in alcune aree si è dato spazio all'abusivismo con danni evidenti per il paesaggio. Ma questo ha riguardato alcune aree extraurbane piuttosto che il patrimonio culturale e monumentale. Cosa ovviamente grave, ma non può essere certo imputata al federalismo demaniale. Dobbiamo essere consapevoli che alimentare una perniciosa contrapposizione tra lo Stato e le Amministrazioni regionali e locali, per non parlare del paventato conflitto tra il ruolo delle imprese e il sistema pubblico, non ci porta da nessuna parte. Ingenera solo un clima di sfiducia e di sospetto mentre abbiamo bisogno di coltivare la cultura della leale collaborazione e del rispetto per il ruolo di ciascuno. Al contrario promuovere la tutela partecipata da parte delle comunità lo- cali del patrimonio culturale può essere una strada per rafforzare le identità dei centri urbani, coinvolgere i cittadini nella cura del proprio patrimonio, sviluppare le capacita competitive delle città, collo- care il patrimonio culturale in politiche di sviluppo sostenibile, valorizzandone ruolo e funzione. Non è un caso che l'art. 9 della Costituzione, spesso usato come una sciabola piuttosto che come un principio, perla tutela del patrimonio culturale chiami in causa la Repubblica e cioè lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni. Investire nella democrazia, nella partecipazione, nella sussidiarietà è sempre conveniente perché assicura buoni frutti e chiama in causa il senso di responsabilità di tutti e tutela il diritto dei cittadini a giudicare e valutare. Diceva Voltaire: «Bisogna saper coltivare il proprio giardino».