Il 4 giugno l'inaugurazione della 53.a edizione a Venezia, ma domani c'è già una preview dedicata alla stampa che alzerà il sipario su "ILLUMInations" Finalmente una donna a dirigere la Biennale. Lei è Bice Curiger, e la Biennale Arte che apre a Venezia il 4 giugno (mentre domani è prevista la preview per la stampa), è la cinquantatreesi-ma edizione: eppure, dal 1895 ad oggi, a dirigerla sono sempre stati chiamati uomini. Fino a lei, cinquantenne nata e cresciuta in Svizzera, dove è curatrice alla Kunsthaus di Zurigo. Ma nel mondo dell'arte è conosciuta soprattutto per aver fondato una rivista di settore sofisticata come "Parkett", creata insieme a una donna, Jacqueline Burkhardt, nell'84. E di donne artiste la Curiger si è sempre occupata, a partire dal primo libro su Georgia O' Keeffe, o la biografia su Méret Oppenheim. Donne, allora, anche alla Biennale di quest'anno? Chi ci sarà? «Ci sarà Cindy Sherman (fotografa e artista americana, conosciuta per i suoi "auto-ritratti" concettuali, ndr), con un "wallpaper", un'inedita carta da parati. Sa che cosa trovo straordinario della Sherman? Che ha saputo reinventarsi. Alla fine degli anni Ottanta di lei dicevano: ha già fatto tutto. E invece...». La Biennale quest'anno è stata ferrea: niente dettagli e niente foto prima della vernice. Ma ci dia un'altra anticipazione, un'altra donna artista che incontreremo... «Pipilotti Risi». Pipilotti Rist, videoartista, svizzera anche lei: di recente è stata chiamata dall'archistar Jean Nouvel per il nuovo albergo Sofitel a Vienna. E il suo soffitto decorato e ipercolorato, del ristorante all'ultimo piano, è diventato un nuovo "Landmark" della città, visibile anche da lontano. Le è piaciuto? «Mi piace il lavoro di Pipilotti Risi, e la seguo da tempo. Per la Biennale ha fatto copiare, in Cina, tre opere della scuola del Canaletto, e ci ha "lavorato", con immagini e video. F.' quello che vedrete». Copiare un maestro del passato e reinterpretarlo: una provocazione? Anche lei, del resto, ha fatto un gesto provocatorio: ha messo nel cuore della Biennale, ai Giardini, in mezzo ad installazioni, video, e suggestioni sperimentali, tre grandi tele del Tintoretto. Che, semplicemente, attraversano la laguna: sono in prestito dalla Basilica dell'isola di San Giorgio Maggiore, e dalle Gallerie dell'Accademia. Perché? «Perché chi viene in Biennale, di solito, viene a vedere la Biennale e basta: una bolla di arte contemporanea nella città. Volevo ricordare che, fuori, c'è Venezia». Ricordarlo con la luce del Tintoretto, visto che il titolo della "sua" Biennale è "ILLUMInadons"? «E' vero, ho scelto tre tele del Tintoretto dove la luce ha un ruolo importante. Penso agli angeli immateriali dell'Ultima Cena, solo pennellate di luce, appunto; o al temporale nel "Trafugamento del corpo di San Marco". Ma la mia è anche una provocazione per gli artisti presenti in Biennale, un invito al confronto con il passato». Una provocazione anche per i visitatori? Io, prima di incontrarla per l'intervista, sono andata a rivedermi la Scuola di San Rocco, con i capolavori del Tintoretto. E la ringrazio, per avermi fatto venire voglia di tornarci. (Sorride) «Davvero è andata? Mi fa piacere». Torniamo al titolo della Biennale, "ILLUMInations". Un gioco di parole tra luce e nazioni, quelle che partecipano. Ma soprattutto luce: forse la luce è molto importante per lei, che è nata e vive in Svizzera; la luce di Venezia e dell'Italia, che affascina da sempre chi viene da Nord. «Il mio primo ricordo dell'Italia, in realtà, è la pioggia. Siamo arrivati a Milano, alla Stazione Centrale, e abbiamo preso un taxi. Diluviava, i tergicristalli erano rotti. Il tassista è sceso, ha tagliato una patata, e l'ha usata per pulire il vetro: funziona, per via dell'amido... Io avrò avuto cinque anni, e la ricordo come una piccola magia». Ritorniamo alle dorme artiste. Lei ha scritto un libro su Georgia O'Keeffe, su Méret Oppenheim... «Quella sulla Oppenheim era una biografia. Me l'ha chiesto lei: un onore, perché all'epoca avevo trent'anni, e lei, già anziana, era una delle grandi protagoniste del surreausmo. h stato molto emozionante conoscerla e lavorare con lei: intelligente, ironica, ancora così aperta sul mondo. E mi fece un regalo bellissimo, quando il libro usci: un collage che Max Ernst, suo grande amore, aveva creato per lei, dedicato a lei. Regalarmelo è stato un atto di fiducia, un consegnarmi qualcosa di intimo e prezioso, a cui teneva molto». Se potesse portarsi a casa qualcosa della Biennale, della sua Biennale, che cosa sceglierebbe? «Forse la balena di Loris Gréaud? (ride: è un'installazione all'Arsenale, ndr). Ma no, nel mio appartamento certo non ci entrerebbe. Però a casa ho molte cose degli artisti che ho conosciuto, di cui ho curato mostre: ho sempre comprato qualcosa, dopo, magari qualcosa di piccolo. Sono per me come pagine di diario, cerchi concentrici di una biografia. Non sono una collezionista: non venderei mai niente». Ha anche qualcosa di Méret Oppenheim? «Sì, dei disegni. Nel suo testamento, lasciò scritto che potevo scegliere quello che mi piaceva. Un gesto toccante». Lei spera che una persona venga alla Biennale e... «Si senta felice». Felicità? Nell'arte contemporanea non si parla mai di felicità, è una provocazione? (Sorride) «Eppure l'arte riesce, in questo: a illuminarci, a volte anche di gioia».
Intervista. La Biennale di Bice Curiger da Pipiloti Rist al Tintoretto
La 53.a edizione della Biennale d'arte di Venezia, iniziata il 4 giugno, è stata diretta da Bice Curiger, la prima donna a farlo. La curatrice svizzera è nota per aver fondato la rivista "Parkett" e per aver scritto libri su artiste come Georgia O'Keeffe e Méret Oppenheim. La Biennale presenta opere di artisti come Cindy Sherman e Pipilotti Risi, che hanno creato installazioni e opere che esplorano la luce e la sua importanza nell'arte contemporanea. Curiger ha anche scelto tre tele del Tintoretto per essere esposte nella Biennale, come un invito al confronto con il passato.
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