Il presidente della giuria del Campiello richiama con forza l'attenzione dello Stato PADOVA. «Non sappiamo se davvero, come si dice, l'Italia possiede il 60-70 del patrimonio artistico mondiale. Sappiamo però di avere 460 musei archeologici, contro i meno di 20 della Francia, che la superficie calpestabile dei nostri musei è di 858mi1a mq, che abbiamo 46 biblioteche statali con oltre 29 milioni di volumi, mentre negli archivi conserviamo 13 milioni di faldoni. A fronte di tutto questo lo Stato stanzia appena lo 0,21 del suo bilancio, contro lo 0,30 di qualche anno fa: fanno in tutto appena 80 milioni di euro all'anno». È stato un vero e proprio grido di dolore quello lanciato sabato all'Università di Padova dal segretario generale del Ministero dei beni culturali, Roberto Cecchi, chiamato a presiedere la giuria del 49. Premio Campiello. «Il peggio è - ha aggiunto l'alto funzionario, nel passato a lungo a Venezia come Soprintendente ai monumenti - che qualcuno è convinto che in situazioni di crisi come l'attuale, sarebbe opportuno tagliare ancora, per destinare i fondi della cultura ad altre voci: eppure una ricerca europea ha dimostrato che il fatturato dei beni culturali è di 650 miliardi di euro, a fronte dei 551 miliardi delle tecnologie informatiche, o dei 270 miliardi del settore auto. La percentuale di Pil attribuibile direttamente alla cultura è pari al 2,6, contro il 2,3 della chimica, o il 2,1 dell'immobiliare». Non solo: Cecchi ricorda anche che la cultura è l'unico settore a far registrare, a livello europeo, una crescita nell'occupazione dell'1,85. «Poi il Colosseo incassa ogni anno 35 milioni di euro di biglietti, che però muovono un indotto di 1500 milioni. Il problema quindi non è tanto incrementare il numero di visitatori del Colosseo, ma far sì che questo fenomeno di generazione economica si diffonda su tutto il territorio dove ci sono beni artistici da valorizzare. Mi pare che tutto questo gli industriali veneti lo abbiano compreso da tempo, come testimonia l'importanza e il radicamento di questo Premio». A proposito del Premio: come ci si sente davanti a una montagna di 180 libri da leggere e giudicare in pochi mesi? «All'inizio si è presi dallo sconforto, poi si cerca di trovare il modo per essere sintetici e capire a volo d'uccello come sono i libri, poi si incomincia approfondire. Certo è stato un bell'impegno, perché mi hanno chiesto di presiedere la giuria alla fine di marzo, calcoli lei... Ma è stato anche gradevole, e il risultato finale è equilibrato, con alcuni titoli di valore. Certo, per sapere se c'è un capolavoro, bisogna avere pazienza e aspettare. Ad esempio il lavoro di Molesini mi è piaciuto moltissimo». Lei che lettore è normalmente? «Io sono un enorme lettore, ma come tutti gli specialisti ho un mio settore, che è quello dell'architettura e ciò che ad essa è correlato, in particolare la filosofia e l'estetica. Al resto ci si dedica nel tempo libero, durante le vacanze, ma anche in quelle occasioni tendo ad essere mono-maniacale». Nei prossimi giorni a Venezia si apre la Biennale, con l'enorme fermento culturale che le viene dietro. Manca però un appuntamento che molto atteso, la riapertura dell'Accademia... «Il fermento fa parte del gioco per quanto riguarda la Biennale, che ha un ottimo presidente, che riesce a organizzare sempre un'ottima manifestazione. Per quanto riguarda l'Accademia, noi siamo pronti: ci sono sei mesi di tempo se ci vengono riaccreditati dei fondi che ho chiesto personalmente di far avere alla Soprintendenza. Noi stiamo lavorando, e sei mesi non sono niente. Non serve una nuova progettazione, le modalità, le persone, le idee sono le stesse e le cose possono essere portate a compimento in tempi molto brevi. C'è però da superare questo problema finanziario che nasce all'interno dei tagli lineari, perché quell'impegno di spesa era già stato assunto diversi anni fa, poi un meccanismo finanziario che non riesce a discernere, ha chiuso praticamente il cantiere: ora stiamo cercando di riaprirlo». Un grosso impegno, anche politico, per il ministro Galan... «Galan ci sta dando una grandissima mano. Vediamo la sua capacità di combattere, perché purtroppo bisogna combattere, per affermare non degli interessi personali, ma dei princìpi: un cantiere come quello dell'Accademia che ha voluto dire un decennio di sofferenza, non può essere interrotto e diventare oggetto di critica». La partecipazione italiana alla Biennale, affidata a Vittorio Sgarbi, vi ha un po' preoccupato nei mesi scorsi: come sta andando? «Sì, ma io sono convinto che alla fine emergano le cose migliori, attraverso una sorta di vaglio naturale... Credo che avremo cose importanti e significative, nonostante le polemiche e i problemi che indubbiamente ci sono stati».