Per fortuna le elezioni del sindaco prevedono solo due turni: al terzo Berlusconi prometterebbe di far migrare da Roma non solo qualche ministero, ma pure il Colosseo, il Cupolone e la Fontana di Trevi (magari senza monete, obbietterebbe Tremonti). Come accade ormai sempre più spesso, l'iperbole rischia di essere superata dalla realtà. Proprio in questi giorni, infatti, una circolare del Segretario generale del Ministero dei Beni culturali ha tracciato le linee guida per l'elaborazione dei programmi di «valorizzazione» che attueranno il cosiddetto federalismo demaniale. E' uno dei frutti avvelenati della riforma del titolo V della Costituzione voluta dal Centrosinistra nel 2001: le Regioni, le province, i comuni e le città metropolitane si vedranno attribuire la proprietà di beni culturali mobili e immobili. Sulla carta i vincoli rimarranno intatti, ma lo scopo è quello di facilitare la «messa a reddito» di questi beni attraverso la realizzazione di appositi (e temibilissimi) piani di valorizzazione: non è difficile immaginare che questo porterà ad un drammatico aumento della pressione dei poteri locali sulle soprintendenze, nel tentativo di aggirare e forzare quei vincoli per monetizzare i beni prima demaniali e ora locali. Ma, oltre ai rischi materiali nascosti nelle pieghe di un così dissennato provvedimento, un gravissimo danno è già stato prodotto sul piano simbolico. Il patrimonio storico e artistico che l'articolo 9 della Costituzione attribuisce alla nazione viene smembrato in tanti patrimoni locali: un napoletano non sarà più padrone delle Dolomiti e un veneto non sarà più proprietario del Palazzo Reale di Napoli. Se l'obiettivo è quello di sostituire all'Italia una somma di piccole appartenenze locali, la via è senz'altro quella giusta: a percorrerla, tuttavia, abbiamo tutto da perdere e davvero niente da guadagnare.