Niente fondi, ma tanta visibilità. Eppure tale riconoscimento potrebbe essere dannoso. Come? Cos'è l'Unesco? Un club esclusivo per poche comunità elette o una riserva destinata a paesaggi a rischio di estinzione? O è forse lo specchietto per le allodole che rischia di esporre luoghi esclusivi all'assalto disastroso di flussi turistici di massa? Come in tutte le questioni complesse, anche la risposta a queste domande è complessa. Ciascuna delle questioni poste contiene in sé un pezzo di verità. E così, tanto per rimanere ai siti Unesco di Puglia e Basilicata, se è vero che i Sassi di Matera piuttosto che i Trulli di Alberobello o Castel del Monte sono luoghi con caratteristiche uniche, altrettanto vero è che la medaglia appuntata al petto non basta a preservarli. Poco meno di un mese fa, nel dossier «Unesco all'italiana», Legambiente ha presentato il quadro impietoso in cui versano i siti italiani, abbandonati spesso all'incuria e al degrado o assediati dall'abusivismo edilizio e dal traffico. Alla luce di questo desolante orizzonte e considerate le ristrettezze nelle quali versa il ministero, verrebbe da suggerire alla città di Taranto - che tanto si sta adoperando negli ultimi mesi per entrare nel novero dei siti Unesco - di lasciar perdere. Siamo tutti convinti, insieme ai promotori della candidatura, che il centro storico del capoluogo fonico racchiuda in sé irripetibili caratteristiche storiche e architettoniche e rappresenti una testimonianza unica o eccezionale di una tradizione culturale o di civiltà. Chi però rivendica oggi tale riconoscimento farebbe bene a considerare che, giustamente, occorrerà assolvere, nel caso si riesca a ottener il titolo, doveri all'altezza dell'onorificenza. Se no, meglio desistere. I siti Unesco, per intenderci, hanno diritto a una corsia preferenziale nei finanziamenti statali. Ma se i finanziamenti non ci sono, c'è poco da essere preferiti. L'Unesco non trasferisce risorse ai siti riconosciuti (in Italia, nazione maggiormente rappresentata in Europa con 45 siti), ma garantisce una ribalta e una visibilità altrimenti impossibili, attraverso circuiti mediatici come portali internet, network di tour operator internazionali, percorsi turistici dedicati. E qui casca l'asino: la maggiore visibilità, in tutti i siti Unesco, si è abbinata ad un aumento dei flussi turistici. Le città beneficiate, nella maggior parte dei casi, non hanno saputo governare questo improvviso benessere in termini di sostenibilità. Da un lato perché non si sono dotate, come invece vorrebbe proprio la convenzione dell'Unesco, di appositi piani di gestione, dall'altro perché hanno ceduto alla spinta cementificatrice di un'industria alberghiera poco compatibile E ora giunge anche il marchio per il patrimonio d'Europa. Un accordo Ue. Le prime ammissioni a partire dal 2013 E dopo il patrimonio materiale e immateriale, ecco il riconoscimento per i siti che celebrano e simbolizzano l'integrazione, le idee e la storia dell'Europa. Questo premierà il marchio del patrimonio europeo, sul quale qualche giorno fa i ministri della Cultura europei hanno raggiunto, in sede di Consiglio Ue, l'accordo politico. La prima tornata di riconoscimenti verrà assegnata nel 2013 dopo che i singoli Stati membri avranno indicato ciascuno, su quattro siti precedentemente selezionati, le due candidature da sottoporre agli esperti del Consiglio d'Europa. A ciascuno Stato verrà assegnato non più di un riconoscimento per volta. A differenza dei siti patrimonio dell'umanità scelti in base a valenze di carattere ambientale, paesaggistico, storico, culturale, quelli del marchio del Patrimonio europeo verranno individuati sulla base del loro valore simbolico per l'Europa e della loro attività educativa piuttosto che sulla base di considerazioni architettoniche o estetiche. L'accordo politico precede l'istituzione formale del marchio che verrà adottato dal Consiglio d'Europa a luglio e dal Parlamento europeo in autunno. «Il marchio europeo per il patrimonio culturale - ha commentato la commissaria europea, Androulla Vassiliou - incoraggerà un maggior numero di persone, soprattutto i giovani, a riflettere sulla dimensione europea della nostra storia comune. Sono certa che ciò andrà anche a vantaggio del turismo e dell'economia».