Torino. Un incontro sul patrimonio con Acidini, Sorgi, Stella e Vanelli Il fenomeno Venaria, le difficoltà di Firenze e Venezia TORINO Ma il bicchiere dei beni culturali italiani è mezzo pieno o mezzo vuoto? Ieri, al Circolo dei Lettori di Torino, si inaugurava il ciclo di incontri dedicati a «La Bella Italia. Città, corti e identità» con una conversazione tra Cristina Acidini (soprintendente per il Polo Museale fiorentino), Alberto Vanelli (direttore della Venaria Reale) e Gian Antonio Stella (autore con Sergio Rizzo di Vandali, Rizzoli, resoconto ben poco edificante dell'«assalto» subito «dalle bellezze d'Italia»). Sotto gli stucchi della Proserpina rapita, nel Salone del Circolo di Via Bogino (che quest'anno si è gemellato con la Milanesiana) si è finito così per cercare di capire quanto i beni artistici facciano realmente parte del nostro patrimonio culturale e d'identità. E se, insomma, il «bicchiere» sia vuoto oppure pieno. Il risultato è quello di una realtà variegata («L'Italia non è certo solo Pompei» è stata la parola d'ordine) e certamente assai difficile, anche se meno scontata di quanto ci si possa aspettare. Una realtà che il moderatore Marcello Sorgi ha sintetizzato con una percentuale: «Quello dei beni culturali, con il 4o96, è il settore pubblico più colpito dagli ultimi tagli». Per Cristina Acidini, nonostante tutto, il bicchiere «è sicuramente molto più pieno che vuoto». Basti pensare, dice, «che l'Italia è l'unico paese al mondo in cui i musei statali possono aprire alle 8 e 15 e chiudere alle 19». Stesso discorso per la (contestata) presenza dei privati nella gestione dei musei: «A volte mi definisco un'affittacamere, perché gli spazi dei nostri musei vengono ormai da lungo tempo utilizzati dai privati per eventi o altro. Siamo insomma per la tradizione, ma al tempo stesso cerchiamo di rimanere immersi nella contemporaneità». Aggiungendo con ironia molto fiorentina: «Certo se pensassi, quando sono nella mia stanza agli Uffizi, che sopra di me c'è la Venere del Botticelli mi verrebbe voglia di smettere per il timore». E, confermando la classifica riportata da Vandali che vede l'Italia solo al quarto posto tra le prime mete turistiche mondiali (sopravanzata da Spagna, Usa e persino Cina), «L'Italia sta perdendo la sua posizione di predominio in questo campo, ma bisogna lottare perché un Grand Tour non sia un Grand Tour senza, appunto, un passaggio nel nostro Paese». Sicuramente meno ottimista Gian Antonio Stella che durante il suo (applauditissimo) intervento ha ricordato una, lunga, serie di eventi che ben poco depongono sul futuro dei nostri beni artistici: «A Bologna la Pinacoteca (dove si conserva tra l'altro una bellissima Santa Cecilia di Raffaello ndr), le stanze sono aperte a giorni alterni perché non ci sono custodi sufficienti mentre il museo di Ravanusa può contare sul non invidiabile record di dodici custodi per un unico visitatore all'anno». Ma c'è di più, e di più amaro, almeno per Stella: «Perché il direttore dei beni artistici Mario Resca deve dire che vuol fare dell'Italia una Disneyland dell'arte? Non sarebbe meglio ispirarsi al Metropolitan Museum?». Intorno c'è poi il panorama di un ministero (quello per i beni culturali) visto come «secondario» e di una scuola «dove manca l'insegnamento della storia dell'arte e che certo non aiuta a capire la bellezza». Positivo è infine il bilancio messo in campo da Alberto Vanelli, direttore della Venaria Reale. Il suo bicchiere è certo pieno: grazie agli oltre due milioni e 800 mila ingressi registrati in poco più di tre anni che hanno garantito alla reggia l'ingresso tra i cinque siti culturali più visitati d'Italia (dopo un restauro durato dal 1999 al 2007); grazie a un bilancio oscillante tra i 12 e i 14 milioni di euro all'anno; grazie ai quasi 190 mila visitatori dal 17 marzo a oggi solo per Reggia con giardini e ai quasi centomila solo per la mostra La bella Italia. «Con progetti come questi dice Vanelli si è trovata una via d'uscita alla crisi industriale». Vanelli racconta poi della valorizzazione di un piccolo borgo come Venaria puntando invece il dito sul turismo di massa che ha «snaturato» Firenze e Venezia. Concorda Cristina Acidini. Chiudendo con una constatazione: «Certo sarebbe bello che i turisti a Firenze fossero così raffinati da visitare il Casottino del Principe a Boboli piuttosto che gli Uffizi. Sarebbe bello, appunto, ma anche impossibile. Almeno oggi».