Per la prima volta, sul palco, in un testa a testa frizzante, tra punzecchiature e risposte mordaci. Si sono incontrati ieri, nell'Aula magna dell'Università Bocconi di Milano, il ministro dei Beni e delle Attività culturali Giuliano Urbani e Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa per confrontarsi sul tema della «Valorizzazione del patrimonio culturale». «Nemici per la pelle» da quando Settis ha pubblicato lo scorso novembre un libretto al fulmicotone, Italia S.p.A., edito da Einaudi, per denunciare l'assalto al patrimonio pubblico. Un processo, quasi una linea della politica italiana degli ultimi venticinque anni («Paradossalmente da quando fu istituito il ministero dei beni culturali, nel 1974»); «Un vero e proprio tentativo di smantellamento della secolare cultura della conservazione e della memoria del nostro patrimonio a cui hanno contribuito anche ex ministri del centro-sinistra, come Valter Veltroni e Giovanna Melandri». Un j'accuse senza sconti contro la Finanziaria 2002 che ha aperto ai privati la gestione di parchi e musei; un monito contro la «legge Tremonti» dello scorso giugno che rende possibile l'alienazione del patrimonio dello Stato mediante la costituzione di due società, la «Patrimonio S.p-A.» e la «Infrastrutture S p A». Urbani, che ha risposto prontamente alle stilettate del rivale con libro-intervista ( tesoro degli italiani, Mondadori), respinge le semplificazioni e tenta di gettare acqua sul fuoco delle polemiche, le stesse divampate già nell'estate scorsa «Sbagliano quelli che sono convinti che ora il Colosseo o la Fontana di Trevi potranno essere venduti a qualche turista facoltoso». E continua: «Non si può neanche parlare di privatizzazioni vere e proprie, quanto di gestioni in concessione, nessuno stravolgerà i nostri gioielli di famiglia, i pezzi d'arte più belli. E poi la conservazione è garantita dall'esercizio della tutela, non dalla proprietà». Settis sul punto è scettico. La legge, secondo lui, crea un precedente pericoloso e «abbatte la sacrosanta barriera tra patrimonio culturale di appartenenza dello Stato, quindi inalienabile, e ciò che dello Stato non è». Ma per vendere i gioielli di famiglia, come li chiama Urbani, ci voglio le firme «congiunte» dei due ministri, dell'Economia e dei Beni culturali, insieme con la supervisione dalla Corte dei Conti e del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica). Per Settis, inoltre, secondo la nuova legge, «la tutela del patrimonio si avventura in una sorta di triangolo delle Bermuda fra Stato, regione e privati, senza contare altri interlocutori, prima fra tutti la Conferenza episcopale con importantissi-mi beni di proprietà ecclesiastica». «Dobbiamo essere coraggiosi e puntare sul futuro - rincalza Urbani; non è possibile che un Paese come il nostro, visitato ogni anno da oltre 160 milioni di turisti, investa nei beni culturali solo lo 0,17 del Pii». Settis a questo puntò annuisce, . per riprendere poi il filo del discorso: «II patrimonio culturale non è un gruzzolo nel salvadanaio, da spendere se occorre, ma la nostra memoria, la nostra anima, che nessuna legge dovrà mai portarci via».
Beni culturali, duello tra Urbani e Settis
Ieri, nell'Aula magna dell'Università Bocconi di Milano, il ministro dei Beni e delle Attività culturali Giuliano Urbani e il direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa Salvatore Settis si sono incontrati per discutere sulla Valorizzazione del patrimonio culturale. Settis ha denunciato l'assalto al patrimonio pubblico e ha criticato la Finanziaria 2002 che ha aperto la gestione di parchi e musei ai privati. Urbani ha risposto con un libro-intervista, respingendo le semplificazioni e affermando che non si tratta di privatizzazioni vere, ma di gestioni in concessione.
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