Agrigento. Sembra il confuso bancone dei formaggi di una putìa. Con il bianco sporco delle forme più stagionate che si sbriciola, mescolandosi al giallo prepotente dei pezzi più freschi. Aggrovigliati gli uni agli altri. Il centro storico di Agrigento - di questo, parliamo - lo puoi guardare col naso all'insù, mentre trattieni il respiro tra le meraviglie della Valle dei templi. Oppure puoi sbirciarlo da dietro un albero (attenti alle zecche...) dal belvedere della Rupe Atenea, intrufolandoti nel degrado dell'ex Villa Salemi. Cambia la prospettiva, ma la sensazione è sempre la stessa. Quella di un abbraccio mortale fra il vecchio e il nuovo, di una convivenza "copia e incolla" fra capolavori secolari e palazzine figlie di uno scempio che, se non è di oggi, è di ieri o dell'altro ieri. I giovani scappano, restano gli anziani e arrivano i migranti. Viaggio dentro il cuore di Agrigento. Per un "elettrocardiogramma" sin troppo scontato, viste le ultime notizie di una cronaca che puzza di macerie e suda di paura. Non si può prescindere dal crollo di Palazzo Lo Jacono, così come non si può tacere che decine di altri immobili della città vecchia che rischiano di fare la stessa fine. Di recente i volontari di protezione civile dell'Ordine degli architetti, con il progetto "Hyperion", hanno censito le condizioni di stabilità di buona parte del centro storico: su circa 1.300 edifici ne sono stati esaminati 692, dei quali 50 sono risultati inagibili, 76 parzialmente inagibili e 566 agibili; quasi il 10 sono risultati a rischio di crollo. Ma qual è l'origine del problema? Rino La Mendola, fino a febbraio scorso presidente dell'Ordine degli architetti di Agrigento, oggi vicepresidente nazionale della categoria: «Il centro storico - racconta - è stato profondamente segnato dalla speculazione edilizia degli anni 60 che, alterando la rete di cunicoli sotterranei, gli ipogei, e caricando il banco di calcarenite su cui sorge la città antica, ha provocato la frana del 1966 e quindi l'abbandono dei quartieri dell'Addolorata, di Santa Croce e di parte del Rabato. A questo si è aggiunga l'espansione urbana disordinata e sovradimensionata degli ultimi decenni, che ha svuotato la zona storica, che ha perso il suo antico ruolo di cuore pulsante della città, con il rischio di comprometterne le radici culturali e di provocare quella sequenza di crolli che a oggi non ha mietuto vittime, solo per fortuna». Non fa una grinza. Il centro storico di Agrigento, danneggiato dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, è stato in parte ricostruito con un tipo di "esplosivo" ancora più pericoloso: quello della sciatteria e dell'abusivismo. Ma oggi le responsabilità sono polverizzate, proprio come le macerie dei palazzi che vengono giù. Eppure c'è chi ci crede ancora. Chi non scappa. Come Giuseppe Bosco, che assieme alla moglie ha messo su due bb: uno in via Atenea (il salotto cittadino), l'altro in via Saponara, suggestivo budello di scale e stradine che da via Atenea si arrampica fino a sotto la zona più antica. «Per fortuna lavoro soprattutto con clienti stranieri e lì la notizia dei crolli non è ancora arrivata. Quando arrivano qui sono ammaliati dalla valle dei templi ma un po' delusi del centro vecchio. Mi chiedono perché non sappiamo custodirlo e io non so cosa rispondere...». A proposito di centro storico e di turisti: oltre alla sicurezza c'è un problema di vivibilità. Parola di Marco Falzone, presidente dell'associazione guide turistiche "Città di Agrigento": «La cosa più difficile, durante il tour, è spiegare ai visitatori perché nel cuore della città ci sono le impalcature nei brutti palazzi degli anni 60, mentre quelli antichi cadono a pezzi... Eppure c'è di peggio: l'assenza di bagni pubblici e di parcheggi per pullman, la segnaletica turistica carente, la sporcizia, i depliant che promettono monumenti aperti ma poi magari c'è bisogno del sagrestano di buona volontà». Falzone trattiene il fiato. E poi sospira la sua verità: «I crolli in centro hanno scoperchiato anche le gravi pecche delle politiche turistiche». E adesso? Cosa fare? L'architetto La Mendola un'idea l'avrebbe: «Bisogna anteporre il recupero del patrimonio edilizio all'espansione di nuove zone residenziali, stimolando il ripopolamento della città antica, ricorrendo anche a incentivi fiscali in favore di chi recupera la propria casa abbandonata. Ma contestualmente bisogna consolidare gli ipogei, ripristinandone le funzioni di drenaggio delle acque sotterranee e riqualificare gli spazi pubblici». Sarebbe l'uovo di colombo. Eppure c'è da affrontare l'emergenza. Che come tutte le emergenze fa perdere la testa. E poi bisogna conciliare incolumità pubblica e salvaguardia dei beni architettonici. Quasi una contraddizione in termini. Con un'aggravante: il centro storico secolare che cade a pezzi è un "neonato" se confrontato agli altezzosi simboli della civiltà greca; e ciò avviene per un morboso contagio contratto dagli scempi edilizi dell'ultimo mezzo secolo, un granello di tempo nella storia di questo popolo orgoglioso. Nemmeno il "cittadino" Pirandello e i vicini "paesani" Sciascia (di Racalmuto) e Camilleri (di Porto Empedocle) saprebbero spiegare il perché di questo mistero. Di questa beffarda vendetta della Storia. 22052011
SICILIA- AGRIGENTO - Un abbraccio mortale fra il vecchio e il nuovo. L'origine dei guai? Il boom edilizio del '60
Il centro storico di Agrigento è in stato di degrado, con edifici inagibili, parzialmente inagibili e agibili, e quasi il 10 sono a rischio di crollo. L'origine del problema risale alla speculazione edilizia degli anni 60, che ha alterato la rete di cunicoli sotterranei e caricato il banco di calcarenite, provocando la frana del 1966 e l'abbandono dei quartieri dell'Addolorata, di Santa Croce e di parte del Rabato. L'espansione urbana disordinata e sovradimensionata degli ultimi decenni ha anche svuotato la zona storica, compromettendo le radici culturali della città. I giovani scappano, restano gli anziani e arrivano i migranti.
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