La bella addormentata nel bosco si è risvegliata ed è più bella che mai. Il lungo periodo di sonno non ha impedito, a chi è rimasto al suo fianco, di sognarla sempre viva. Dimora di fantasmi, rifugio per sopravvivere al freddo. O prova di coraggio per sfidare il mistero, rovina di un impero decadente, castello incantato dove nascondersi, tutto questo è ancora oggi la Venaria Reale, in provincia di Torino. Non si tratta soltanto di una reggia, ma di un luogo insito nell'immaginario dei cittadini del borgo adiacente, detto anche un tempo Venetaria per la preponderante presenza di veneti. Attorno al 1930 l'imprenditore di Vittorio Veneto Franco Marinotti, trasferitosi da giovane a Milano con la famiglia, diventa presidente di una delle industrie tessili più promettenti d'Italia, la Snia Viscosa, con sede a Venaria. In quel periodo nel Veneto si faceva la fame e non c'era lavoro: «Era un passaparola continuo - ricorda Bruna, originaria di Dolo - tutti sapevamo che a Venaria c'era da lavorare, bisognava però essere un nucleo minimo di cinque persone. Mio padre ci portò tutti lì e, nel 1946, a dodici anni, iniziai a entrare in fabbrica per legare le matasse». I piemontesi sulle prime non vedono di buon occhio l'arrivo dei veneti, giunti soltanto a «rubargli il pane di bocca». Prosegue Bruna: «All'inizio ci pizzicavamo. Noi dicevamo ai piemontesi che gli avevamo insegnato a mettersi le scarpe, loro che abitavamo nei castelli cinesi, cioè le case che la Snia aveva costruito per gli operai, con tanto di asilo gratis per i bambini fino ai 6 anni». E' un lavoro massacrante quello della fabbrica, soprattutto per gli uomini che hanno a che fare con il solfuro, come testimonia Doretta, immigrata da Breda di Piave nel '47, a 16 anni: «A quel tempo non si conoscevano i pericoli dell'uso degli acidi. La Snia ci dava la casa, ci pagava l'acqua e la luce, ma non c'era la conoscenza della chimica che c'è adesso. Mio fratello lavorava con il solfuro, usciva tutto nero, è morto giovane». La Venaria Reale, complesso voluto da Carlo Emanuele II come dimora per la caccia verso la seconda metà del 1600, è una reggia costruita nel bosco, detto Mandria; dopo i Savoia è occupata fino alla Seconda Guerra mondiale da militari per poi essere abbandonata. Con l'arrivo dei veneti e la costruzione delle Case Snia il borgo si ripopola diventando a tutti gli effetti una piccola cittadina, fino a quando l'industria viene acquistata negli anni Ottanta dalla Fiat e Venaria ricomincia a svuotarsi. In occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia il restauro della Venaria Reale è stato ultimato, attestandosi tra i cinque siti più visitati in Italia. Il recupero è iniziato verso la fine degli anni Novanta e ha avuto l'obiettivo principale di incrementare nel territorio posti di lavoro attraverso la ristrutturazione di un bene culturale. La Reggia è situata in un'area di 80.000 metri quadrati di superficie e ospita all'interno degli spazi reali un ciclo di mostre dedicate alla storia dei sabaudi, all'arte italiana e alla moda, e nei Giardini itinerari attraverso esposizioni di fiori e opere di Penone (www.lavenaria.it). Si tratta di un felice caso italiano (preso come modello europeo) dove, stranamente, i finanziamenti non sono spariti: 200 milioni di euro provenienti dall'Unione Europea, dallo Stato e dalla Regione Piemonte che hanno riqualificato una zona ritenuta a declino industriale. Oggi Venaria ha una popolazione di 35 mila abitanti e una storia particolare che ha sullo sfondo lo sfarzo dei Savoia e la crescita dell'industria italiana del primo Novecento. Per raccontarne il tessuto sociale il Comune di Venaria e il Consorzio di valorizzazione culturale la Venaria hanno commissionato all'antropologo Marco Pisani uno studio su come la popolazione ha reagito alla riqualificazione del luogo. La ricerca sul campo ha dato alla luce un documentario, intitolato «'1 Castel restaurà». Incontri a Venaria in cui emerge come la reggia sia un elemento ricorrente nella memoria dei cittadini, ma sottoposto a una continua riformulazione: a volte è il castello abbandonato, altre il luogo dove appare il fantasma del suo fondatore, altre il posto segreto dove portare la fidanzata. Pisani ha rilevato che i giovani sono per la maggior parte entusiasti del restauro perché non si sentono più di provenire da un borgo vicino a Torino, ma da una vera e propria città. Diverso è l'atteggiamento degli anziani i quali, fino a quando la reggia era abbandonata non parevano darle una qualche importanza. Quando poi sono iniziati i lavori i cambiamenti del paesaggio geografico hanno portato modifiche anche al paesaggio interiore, tanto da sentirsi «l'infanzia strappare». «Per alcune persone - racconta Pisani - è stato infatti come se avessero sempre vissuto con la bambola della propria infanzia vicino, pur se impolverata e un po' rotta, e si fossero immediatamente girati vedendola nuova». Superato lo shock iniziale il documentario è stato il pretesto per la gente di incontrarsi e di condividere la storia del luogo che vede ancora presente una grande comunità di veneti, ormai perfettamente integrati: «Mio padre aveva molta nostalgia di casa - prosegue Bruna - ma noi siamo cresciute qui. E' bello qui, c'è tanto verde, e la reggia è davvero meravigliosa». Venaria. Risorta la Reggia che ispirò Versailles Voluta da Carlo Emanuele II, nell'800 decadde. Poi un restauro virtuoso "Delle cacce ti dono il sommo impero» proclama Giove a Diana, negli stucchi della Reggia. Nel 1659 Carlo Emanuele II di Savoia sceglie l'attuale Parco della Mandria per edificare la tenuta di famiglia. L'architetto di corte, Amedeo di Castellamonte, progetta l'edificio in seguito completato da Michelangelo Garove, Filippo Juvarra e Benedetto Alfieri. La Reggia, in stile barocco europeo, risplende di una tale magnificenza da ispirare Luigi XIV per l'ideazione di Versailles. L'edificio monumentale si snoda in diversi ambienti collegati al centro da un cortile dove si staglia una fontana di marmo, raffigurante una scena di caccia, restaurata oggi e considerata una delle fontane più suggestive del mondo. Il complesso occupa 80 mila metri quadrati di superficie tra Scuderie, Citroneria, Cappella, Sale dedicate a Diana e Gallerie. Con il passare del tempo cresce attorno alla Reggia il piccolo borgo adiacente, l'attuale Venaria (dal latino venari, cacciare), testimone della nascita e caduta della famiglia reale. Nell'Ottocento, e per una buona parte del Novecento, la Reggia viene adibita a caserma per poi cadere nell'oblio. E' soltanto in occasione dei 100 anni dell'Unità d'Italia che la Reggia torna a essere parte della memoria collettiva tanto da prendere in considerazione l'ipotesi di riqualificare la zona, ritenuta a declino industriale, attraverso il suo restauro. L'idea si fa progetto attorno al 1997: promosso dall'Unione Europea, curato dal Ministero dei Beni Culturali (allora diretto da Walter Veltroni) e dalla Regione Piemonte, il recupero, costato 200 milioni di euro, avviene con uno straordinario successo divenendo modello europeo a tutti gli effetti v.m.