Il 2004 si conferma come l'anno del documentario. Dalle glorie di Cannes per Fahrenheit 911 ai successi di botteghino, questo genere cinematografico ormai fa tendenza, e ha saputo cogliere nel pubblico frastornato dagli eventi il bisogno di conoscere e capire e il desiderio di cinema del reale, dove la visione non è fine a se stessa ma diventa uno stimolo alla discussione. Parlare di rinascita è forse ottimistico, ma si colgono segnali incoraggianti in Italia dove la situazione è arretrata rispetto al resto del mondo. Poco conosciuto dal pubblico, ignorato dal grande schermo e trascurato da quello piccolo, il documentario ha vissuto il suo momento d'oro negli anni 50, all'inizio della programmazione Rai, quando raccontava la storia del paese ed era trasmesso anche nei cinema. Si realizzavano fino a 500 documentari all'anno e molti registi, da Liliana Cavani a Gianni Amelie si sono formati attraverso questo strumento, «prima lanciato e poi ucciso dalla tv», denuncia Angelo Gugliemi, assessore alla cultura del comune di Bologna dove si sono svolti gli Stati Generali sul documentario italiano. Segnali di una possibile inversione di tendenza si colgono nel-l'avanzata della tv digitale. La moltiplicazione di canali tematici - Planet, Discovery, History Channel, Arte - da impulso alla produzione di documentari. C'è una forte richiesta dall'estero di immagini sul patrimonio artistico, culturale, ambientale e storico del nostro paese. 11 passaggio alla tv digitale terrestre sarà un'ulteriore opportunità perché l'abbassamento del costo di trasmissione giustifica programmazioni on dentaria per poche migliaia di spettatori. E l'evoluzione multimediale ha fatto emergere un linguaggio innovativo e tecniche di spettacolarizzazione nella narrazione della realtà. «Oggi, gli elementi più interessanti si incontrano nel genere documentario, mentre la fìction sconta una certa ripetiti vita», dice Alberto Barbera, direttore del Museo del Cinema. Un prodotto educativo, didattico e pregiudizialmente considerato noioso come un'inchiesta su una scuola montana può rivelarsi una commedia umana sul male di crescere che nelle sale francesi ha rivaleggiato con blockbuster: è capitato al commovente Essere e Avere di Nico-las Philìbert. «Il termine documentario evoca noia e spaventa, meglio parlare di documenti visivi», dice Rubino Rubini, direttore artistico di Doc-Fest, festival internazionale di documentari sull'arte che esordì lo scorso maggio a Palazzo Venezia richiamando oltre 40mila spettatori. Un successo che ha suggerito agli organizzatori di istituire una cineteca internazionale, sorta di National Geographic d'arte e cultura, e sdoppiare la seconda edizione con una specifica rassegna sulla musica e la danza, Music DocFest, prevista a febbraio. Le opere in concorso sono 177, in prevalenza straniere. All'estero le tv investono in documentari e i circuiti cinematografici credono nel genere. Da noi l'applicazione del la legge 12298 che regola la presenza dei documentari nei palinsesti e destina alla loro produzione il 20 del canone Rai, rimane lettera morta. I fondi statali sono inaccessibili ai più e comunque insufficienti. Si spera nella prevista costituzione di un fondo ad hoc del 5 del budget dei Beni culturali. 11 mercato sopravvive con qualche finanziamento di ente locale, attingendo ai fondi europei per lo sviluppo dell'industria cinematografica, e per iniziativa di produttori indipendenti come Fandango. «Un paese senza documentari è come una famiglia senza l'album dei ricordi», denuncia la neonata associazione dei documentaristi. «In un paese che vive di turismo d'arte, non sottovalutiamo le ricadute economiche di film che raccontano la sua storia e cultura», sottolinea Carlo Fuscagni, presidente del festival di palazzo Venezia. Diffìcile non credergli sapendo che Gladiatore ha trascinato 12 milioni di turisti a Roma