In queste ore un sonoro "Gulp!" ha echeggiato tra il Maxxi e il Macro, tra la Gnam e il Palaexpo. Cosa succede nel dorato giardino d'infanzia degli acronimi dell'arte contemporanea romana? È successo che, a nemmeno sei mesi dalla sua ultima inaugurazione il Macro ha perso il curatore: il colto e raffinato Luca Massimo Barbero ha infatti consegnato nelle mani del sindaco Gianni Alemanno la lettera di dimissioni a causa dell'assenza di un flusso di fondi adeguato e continuo che gli consentisse di programmare l'attività culturale e di gestire la struttura stessa. Verrebbe del tutto naturale mettere in conto anche questo insuccesso al Sacco di Roma. Non a quello dei Lanzichenecchi del 1527 (che pure non fu certo propizio alle arti allora contemporanee), ma a quello, attualissimo, dei loro discendenti Alemanni: il primo immortalato nella Storia d'Italia di Francesco Guicciardini, l'attuale cantato - si parva licet - dalla Sora Cesira nella sublime Aggiungi un posto all'Atac. Sarebbe, tuttavia, una lettura miope, oltre che discretamente strumentale. È probabile, infatti, che si sarebbe arrivati a questo infelice epilogo anche se il sindaco di Roma si fosse chiamato Francesco Rutelli, o addirittura Walter Veltroni. Ad essere andato in crisi, infatti, è il modello demagogico e fumista del mecenatismo pubblico del contemporaneo. TRA LE MIGLIAIA di musei d'arte contemporanea apparsi ovunque negli ultimi anni (al ritmo mondiale di uno alla settimana, ironizzava già Jean Clair) non pochi sono quelli voluti, lautamente finanziati e sontuosamente inaugurati da amministrazioni locali italiche. Inevitabilmente, il modello operativo è quello delle best practices di queste amministrazioni: come, per intendersi, inaugurare un ospedale e richiuderlo il giorno dopo, lasciandolo poi cadere a pezzi per decenni; o come tagliare il nastro di un raccordo autostradale che si proietta direttamente nel nulla. Insomma, mai come nel mondo scintillante dell'arte contemporanea è vera la massima di Leo Longanesi per cui "gli italiani alla manutenzione preferiscono l'inaugurazione". A Roma si è voluto strafare, e i raccordi fantasma sono stati ben due: uno statale (il Maxxi) e uno comunale (il Macro), in uno sdoppiamento che trova un paragone solo nell'altrettanto assurdo, e ancor più fallimentare, strabismo dei due acronimi napoletani (preterintenzionalmente alludenti ai due poli dell'inconscio mediterraneo: Pan e Madre). L'infelice parto gemellare romano si deve principalmente al mago della fecondazione culturale nazionale, Walter Veltroni, che da ministro della Cultura ha concepito il Maxxi, per poi rimpiazzarlo, ormai ridotto a sindaco di Roma, con il giocattolo del Macro. La componente ludico-infantile dell'operazione si inscrive perfettamente nell'antropologia veltroniana, cui si lega anche l'ampliamento del nome del ministero stesso: che Veltroni ha trovato "per i Beni culturali" e ha lasciato «per i Beni e le Attività culturali» (cioè per l'intrattenimento, gli eventi, lo sport), non potendo ancora chiamarlo "per il Tempo libero". Naturalmente, il problema che le dimissioni di Barbero portano a galla è innanzitutto un problema di fondi: in tempi in cui le amministrazioni comunali chiudono gli asili nido è difficile trovare denaro pubblico peri famelici acronimi. A meno di non voler dichiarare fallito l'esperimento (il che è sempre possibile) si tratterà di trovare finanziatori privati: e la difficoltà di riuscirci fornirà più di uno spunto di riflessione sull'inopportunità di giocare a fare il MoMa in una società profondamente diversa da quella americana. Ma forse questa battuta d'arresto potrebbe diventare un'utile occasione per ripensare radicalmente il pletorico sistema romano dell'arte contemporanea. Con l'eccezione della Galleria Nazionale d'Arte Moderna - la quale ha una solida identità culturale e un'ottima garanzia di serietà nella conduzione di Maria Vittoria Marini Clarelli - il rischio è, infatti, che Maxxi, Macro e PalaExpo diventino costosissime location-fotocopia in cui smistare indifferentemente format culturali, assolutamente anonimi e interscambiabili, usati come clave da amministrazioni pubbliche in concorrenza. La via d'uscita è quella di progettare una gestione strettamente coordinata e al tempo stesso di rafforzare le identità peculiari di ognuna di queste istituzioni culturali. NEL CASO DEL MACRO, il nome stesso non aiuta ad immaginarsi a cosa possa davvero servire. Ma se si rammenta che prima della rivoluzione veltroniana il museo (fondato nel 1883) si chiamava, più modestamente e onestamente, Galleria comunale d'arte moderna e contemporanea di Roma, ebbene forse qualche idea può venire. Se alla spersonalizzazione dei grandi nomi del sistema commerciale dell'arte internazionale si sostituisse il progetto di raccontare la realtà artistica della Roma di ieri e di oggi, il Macro potrebbe ritrovare una sua missione specifica. Potrà sembrare una soluzione provinciale, ma se vogliamo ricominciare a dare all'arte una dimensione ed una funzione civili è forse il caso di ricominciare da qui. E forse servono anche meno soldi.