BEDDA BEDDA NON E'. Ma ora che tutti i tasselli sono andati a posto, la favola incantata della statua di Afrodite si è compiuta e tutti sono felici e contenti: Aidone ha la sua Dea, la Regione un atto di proprietà sui reperti di Morgantina, l'Italia e i suoi ex ministri-paladini Veltroni e Rutelli il trofeo della battaglia per la restituzione delle opere trafugate. Contento è pure il Paul Getty che per fare dimenticare i suoi acquisti fraudolenti fa opera di maquillage e si propone come museo education, attento agli scambi per la cultura nel mondo. Ma ora che la festa è finita, le bande musicali hanno riposto tromboni e clarinetti e la sarabanda delle passerelle politiche ha lasciato Aidone di nuovo sola, umida sotto l'incalzare della primavera che bagna le sue verdi colline di grano al vento, forse è il caso di raccontare alcuni retroscena di questo affaire che ha tenuto con il fiato sospeso le diplomazie unite d'Italia e America. Idda, la statua è tornata ed è cosa buona è giusta. Ma resta irrisolto il mistero della sua origine e del pastiche che rappresenta: una testa arcaica montata su un panneggio "bagnato" di epoca tardo-ellenistica: appena 150 anni di differenza. "Non si può capire l'archeologia se non si capisce l'uomo" argomentava, Vincenzo Tusa, già soprintendente per la Sicilia Occidentale. "Questa testa con questo corpo non c'entra nulla" sentenziò nella sua casa di via Carapelli a Falerno, guardando sconcertato la foto della statua. Interpellato sul punto da Tusa, il suo collega Antonio Giuliano, da Roma, intravedeva nella postura della statua l'immagine di una moneta greca in bronzo di Enna. Ma un archeologo su tutti non era convinto che la imponente statua apparsa al Paul Getty Museum venisse proprio da Morgantina, Malcom Bell, lo stesso che per conto della Virginia University scava da trent'anni a Morgantina. Una epopea cominciata negli anni Cinquanta con il re Gustavo di Svezia, che mingherlino scalava i contrafforti di Serra Orlando accompagnato dall'archeologo cecoslovacco Erik Syogvist. All'epoca sulla strada da Aidone a Morgantina non c'era neppure una segnaletica. E per tutti gli anni Settanta se la mattina scavavano quelli della Soprintendenza, la notte scavavano i tombaroli: attorno l'agorà, nell'area alta della Cittadella, in tutti i terreni limitrofi ancora non visitati dai picconi, ma scandagliati con i metaldetector alla ricerca di monete. E proprio dopo un giorno di pioggia, la squadra di Angelino, che intervistai anni fa, sotto la strada che porta ai famosi pini di Morgantina vide affiorare come un pallone uno degli argenti "sacri agli dei", oggi battezzati della casa di Eupolemo. La firma di questo magistrato-proprietario sugli argenti c'è, ma il luogo del ritrovamento è altro rispetto alle versioni ufficiali. Perchè il vero e il falso in tutte queste storie che riguardano l'archeologia sono "come il dubbio che all'improvviso ti coglie" ha scritto il magistrato-archeologo Silvio Raffiotta, che rivendicava il ritorno di Scilla che scaglia la pietra, uno degli argenti di maggior pregio dei 17 pezzi del corredo passato dalle bacheche del Metropolitan Museum di New York, a quelle più modeste di Aidone. E allora, sugli argenti non c'è alcun dubbio. Ma sulla statua il dubbio c'è, eccome. E' uno dei misteri che potrebbe chiarire Enzo Cammarata. Nel corso di un convegno di numismatica a Napoli, nel lontano '84, confessò all'archeologo americano Ross Holloway che "a Morgantina erano state trovate tre teste più belle di quelle del Partenone". Come faceva a saperlo? Gliele avevano proposte per l'acquisto due giovani un pomeriggio nella sua campagna di Piazza Armerina, dei quali non ricordava il nome e neppure il volto. "Mi sarò sbagliato" disse al suo amico-giudice Raffiotta anni dopo. "Le teste erano due e non tre". Vistisi deprezzare i reperti, i giovani andarono a trovare Giuseppe Mascara, il capo dei tombaroli di Aidone. "A momenti svenavo - mi confessò - rimasi colpito dallo sguardo iridante e dal taglio orientale degli occhi a mandorla..." Non vi è alcun dubbio che quelli visti da Mascara, allora concorrente in affari di Cammarata, erano i due acroliti oggi bardati da una stilista, che li ha messi a sedere, non si capisce secondo quale canone estetico e stilistico: gli acroliti parlano da soli, senza ferro e senza veli. Così come parla da sola la statua: che ha il corpo pieno di una matrona di quarto secolo e porta sulle spalle una testa di 150 anni prima. Che sia la testa mancante all'appello? E' la tecnica 'pseudo-acrcolitica' cantano in coro gli studiosi. Ma forse farebbero bene a dire che la statua è solo un pastiche delle contraddizioni della Sicilia, dove 'il dubbio all'improvviso ti coglie'. Perchè se è vero che gli acroliti, testa e mani in marmo, montati come fantocci e idolatrati come simboli, potevano essere portati a spasso nelle processioni misteriche che inneggiavano alla fertilità, chi poteva portare a spasso una statua alta due metri e venti e pesante 920 chili? Nessuno. Neppure i tombaroli gelesi Orazio De Simone e Rosario Nicoletti, che l'hanno spezzata in tre, prima di caricarla su un camion di carote diretto in Ticino. Ora va rimontata la storia della statua. Perché, come diceva Tusa, 'non si capisce l'archeologia se non si capisce l'uomo'.
Morgantina. Mistero a tre teste
La statua di Afrodite, scoperta al Paul Getty Museum, è stata restituita all'Italia dopo una lunga disputa. Tuttavia, il mistero della sua origine e del pastiche che rappresenta rimane irrisolto. La statua è stata trovata a Morgantina, in Sicilia, ma la sua storia è complessa e controversa. Alcuni studiosi ritengono che la statua sia stata creata utilizzando due acroliti, testa e mani in marmo, che sono stati montati su un corpo di epoca tardo-ellenistica. Altri sostengono che la statua sia stata creata utilizzando una tecnica chiamata "pseudo-acrcolitica".
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