I nomi, si sa, contengono i destini di chi li porta. Se la Dea di Morgantina avesse risposto davvero a quello di Venere, le sue vicende sarebbero forse state più spensierate. Ma, con ogni probabilità, la sua vera identità è quella di Persefone: e dunque il rapimento e il vagabondaggio sono inevitabilmente iscritti nel suo fato. Riemersa dal suo personalissimo Ade grazie ad uno scavo clandestino della fine degli anni Settanta, essa transitò nell'omertosa Svizzera e fu acquistata dal Getty Museum di Los Angeles. Ma, proprio come nel mito di Persefone, alle tenebre doveva seguire la luce. La seconda resurrezione della statua fu determinata da un raro raggio di volontà politica che portò l'Italia a far sentire le proprie ragioni: ragioni fondate sull'archeologia e su un'analisi che dimostrò come la pietra provenisse da cave prossime a Morgantina. Martedì scorso il ritorno a casa, tra legittime soddisfazioni. Unica nota stonata, la dichiarazione del ministro Galan per cui la dea dovrà presto lasciare di nuovo la Sicilia per un tour espositivo che la «valorizzi". Sarebbe l'ennesimo ratto, l'ennesima eclisse di Persefone: la quale ha un senso pieno solo nel Museo di Aidone, vicina ai luoghi in cui e per cui nacque. La sfida di chi governa il Paese non è quella di far viaggiare le opere d'arte, ma di creare le condizioni culturali e materiali perché un turismo consapevole possa raggiungere le mille contrade italiane e dunque comprendere le parole scritte da un illuminato francese di circa duecento anni fa: «Chi non ha provato in Italia quella virtù armonica tra tutti gli oggetti delle arti, il cielo che li illumina, e il paese, che serve loro quasi da sfondo? Quella specie di fascino che ci comunicano le cose belle poste le une di fronte alle altre nel loro paese natale?»