A Milano il ministro e il professore hanno discusso davanti agli studenti della Bocconi i problemi della «Patrimonio spa». MILANO «La Patrimonio spa non è uno strumento a disposizione del Governo per fare "quello che gli passa per la testa dei beni artistici del Paese». Giuliano Urbani (nella foto) ripete ormai da mesi la difesa de1 decreto legge del giugno 2002 che rende possibile l'alienazione del patrimonio dello Stato attraverso la «Patrimonio spa». E si ripete, il ministro dei Beni culturali, anche nell'aula magna dell'Università Bocconi, piena di studenti, dove Urbani si misura con un suo grande antagonista, Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale di Pisa. Sono due sistemi che si confrontano: da una parte c'è uno Sta o che sceglie la strada delle privatizzazioni, anche se avverte con Urbani: «Capisco le preoccupazioni, ma le ritengo infondate. Perché il passaggio di beni è regolato da leggi ben precise». Abbiamo, dice il ministro, un patrimonio invidiabile, che è una ricchezza per tutti: «Quando disegniamo qualsiasi cosa, un oggetto, una Sedia, un vestito, troviamo un tratto caratteristico che rende il nostro prodotto vincente sui mercati. E questo grazie alla nostra eredità culturale, al nostro Dna». Già, replica Settis, «il nostro patrimonio culturale è il fulcro della nostra identità nazionale e della nostra memoria storica» Ma, aggiunge il professore, «il sistema di tutela e di gestione italiano, fino a pochi decenni fa all'avanguardia, è stato delegittimato e smantellato a opera degli stessi ministri a cui era affidato». Spiega anche che i governi, di centrosinistra e di centrodestra «si sono industriati ad allargare la presenza dei privati a scapito della pubblica amministrazione fino a prefigurare la totale alienabilità del patrimonio culturale». A preoccupare, spiega Settis a Urbani, è l'aspetto economicistico del problema. Uno Stato che vende i suoi gioielli per migliorare i conti economici. Un patrimonio culturale che rischia di essere se non disperso, depauperato. Anche l'idea di adottare il modello americano per la gestione dei musei è perdente, secondo Salvatore Settis. Il ministro Urbani promette correzioni alla legge, ulteriori paletti. Ma avverte anche che bisogna essere «coraggiosi e innovativi». I gioielli di famiglia non si vendono, il patrimonio artistico sarà salvaguardato, ma «i soldi in qualche modo bisogna trovarli». Anche, e soprattutto, per l'arte.
Urbani e Settis, due antagonisti e una sola passione: i Beni culturali -
Il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, e il professore Salvatore Settis hanno discusso davanti agli studenti della Bocconi sui problemi della Patrimonio spa. Urbani difende il decreto legge del 2002 che consente l'alienazione del patrimonio dello Stato attraverso la Patrimonio spa, mentre Settis critica il sistema di tutela e gestione italiano, considerandolo delegittimato e smantellato. Settis preoccupa l'aspetto economicistico del problema, sostenendo che uno Stato che vende i suoi gioielli per migliorare i conti economici rischia di depauperare il patrimonio culturale. Urbani promette correzioni alla legge e innovazioni, ma sostiene che i soldi per l'arte devono essere trovati.
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