Il Centro Storico di Agrigento dopo decenni di sofferte attese crolla nell'ora dei miracoli senza vittime Il Centro Storico di Agrigento dopo decenni di sofferte attese crolla nell'ora dei miracoli senza vittime. La parte alta della città sede della Cattedrale è interessata da un dissesto idrogeologico in fase evolutiva. E' paradossale che proprio il ricercatissimo liquido degli agrigentini percolando si disperda tra le fondamenta del centro storico di una città da sempre assetata, labilizzando i vecchi muri portanti del patrimonio edilizio. Proprio quell'acqua la causa del dissesto, la cui atavica mancanza ha assetato per decenni gli agrigentini e che ha sempre rappresentato il cavallo di battaglia di tutti i nostri politici dal dopo guerra ad oggi per riscuotere consensi. La lotta politica si è basata sempre " per qualche litro in più", dato l'inappagato desiderio di tutti gli agrigentini di averla sempre abbondante e fresca. 55 anni fa l'orefice Maravantano, comiziando da una finestrella a petto di Piazza Ravanusella, giurando e spergiurando prometteva che l'acqua "ce l'avrebbe fatta uscire dalle nasche " se l'avessimo suffragato di voti. L'Avv. Salvatore Malogioglio, allorquando la campagna elettorale diventava incandescente alla folla spumeggiante che lo osannava sotto il palco di Piazza Municipio, rivolgeva accorato un tanto atteso " popolo cornuto" per avere passivamente sofferto per anni la mancanza d'acqua e la folla appagata da tante corna "si scialava" nel sentirselo ripetere tanto da esplodere in scroscianti applausi di approvazione, e poi nel segreto dell'urna, ridare il consenso a chi da sempre quotidianamente l'assetava. L'avv. Malogioglio l'avrebbe levata ai morti l'acqua per darla ai vivi sapendo che essa , ruscellando dalle viscere delle pendici di S. Biagio, non convogliata, percolava tra gli interstizi di un terreno permeabile sovrastante un banco d'argilla , e che , col variare dei picchi di falda, prima faceva dondolare le salme dentro le tombe del sottostante cimitero, per poi sgorgare copiosa e fresca a valle nella sottostante "brivatura" di Bonamorone dove molti agrigentini giornalmente si accalcavano rissosi e assetati con le "quartare" in mano sotto l'arco di pietra calcarea per " bere a cannolo" e per approvvigionarsi . Oggi gli agrigentini si ritrovano a lottare contro l'acqua per i danni causati dalle perdite idriche che in mille rivoli percolando nel sottosuolo, aumentano l'indice dei pori , le pressioni neutre , scalzano le particelle fini del terreno di sedime delle masse murarie, insidiano le fondamenta dei fabbricati fin nei recessi più riposti ,determinano soluzioni di continuità notevoli e processi di degradazione tanto più celeri e profondi quando più ad esse la struttura fondale è esposta. L'acqua ,raggiunti gli strati argillosi li lubrifica riducendone il coefficiente d'attrito, per cui gli strati più inclinati, sollecitati dalle componenti tangenziali dei carichi delle soprastanti masse murarie attivano quei processi franosi di cui conosciamo benissimo i catastrofici effetti (frana del 1966). Da anni dalle bocche di drenaggio del muro di sostegno in cemento armato tirantato , latistante l'estradosso Ovest di monte della via Matteotti, ad ogni turnazione idrica, fuoriescono getti continui di acqua assimilando il muro di sostegno ad una grande fontana. Sullo sfondo al di sopra della sommità di coronamento del muro tirantato si intravedono le macerie dello storico palazzo Lo Iacono già oggetto di intervento di messa in sicurezza da parte di tecnici istituzionali. Dopo i catastrofici risultati ottenuti con la messa in sicurezza del palazzo Lo Iacono la gente nutre seri dubbi e perplessità sull'operato dei tecnici delle Pubbliche Amministrazioni . Da informazioni assunte, pare che nessun calcolo è stato fatto e comunque prodotto in allegato al progetto di messa in sicurezza per verificare lo stato tensionale cui sarebbero stati sollecitati le putrelle in ferro a C costituente la cerchiatura del cantonale del Palazzo crollato. Certamente mi rendo conto da ingegnere civile delle grandissime difficoltà che si incontrano nello studio di ogni fatiscenza muraria , dell'interpretazione della natura del dissesto statico, della ricerca della cause perturbatrici ,dell'andamento e dell'ampiezza delle lesioni nelle loro manifestazioni deformative e fessurative ,ed in fine nella sofferta ricerca dei rimedi per la messa in sicurezza. Lesioni-dissesti statici-cause perturbatrici- rimedi costituiscono il ciclo delle indagini e degli studi che i tecnici incaricati devono eseguire su ogni manufatto murario fatiscente. Non è giustificabile limitare l'efficacia dei rimedi alla insufficiente disponibilità finanziaria . La vita degli agrigentini non ha prezzo e non può subire rischi di parzializzazioni di sicurezza in funzione della disponibilità finanziaria delle Istituzioni responsabili della tutela del territorio . Sarebbe invece opportuno che tutti i dirigenti tecnici istituzionali comunali, provinciali e regionali preposti al controllo del territorio , quelli della protezione civile e delle Soprintendenze ai Beni Archeologici e specialmente quelli del Genio Civile muniti di specifica laurea in ingegneria civile escano dall'empirismo in cui operano ed approfondiscano le loro conoscenze tecniche rivedendo la teoria matematica dell'elasticita' , necessaria per comprendere la resistenza di tutti i materiali da costruzione dai duttili ,come il ferro a l'acciaio, ai fragili ,come le pietre, ai plastici come le argille, le marne e il suolo in genere ricorrenti in tutte le costruzioni , rappresentata dal limite di proporzionalità fra tensioni e deformazioni e poi dal limite di elasticità oltre il quale avviene il crollo. Questo corposo bagaglio scientifico deve essere rigorosamente presente negli elaborati tecnici degli interventi per la sicurezza a salvaguardia della pubblica incolumità come prova scientifica giustificativa del pericolo che incombe sugli immobili fatiscenti. ing. Giuseppe Caraccioli 18052011