Il decreto legge sulle «Disposizioni urgenti per l'economia» varato venerdì scorso contiene alcune norme dirompenti per la tutela del patrimonio artistico e paesaggistico. La prima è il prolungamento da cinquanta a settanta anni della soglia oltre la quale si presume, salva verifica, un interesse culturale per gli edifici pubblici e per quelli che appartengano a soggetti giuridici privati senza scopo di lucro. Questo vero e proprio colpo di mano modifica una misura vigente in Italia da oltre un secolo, con il probabile fine di consegnare alla speculazione privata, e senza alcun vaglio preliminare, il patrimonio immobiliare pubblico ed ecclesiastico edificato tra il 1941 ed il 1961. Oltre ai singoli edifici di pregio architettonico, questo provvedimento colpirà tutta la fase della ricostruzione postbellica, ricca per esempio di vaste aree di edilizia popolare o di grandi complessi di enti previdenziali, oggi assai appetibili. Senza contare i numerosi istituti religiosi che, svuotati da un clero in costante decremento, si avviano ad una lucrosa e disinvolta riconversione, fuori di ogni controllo. Una seconda, gravissima, norma sopprime l'obbligo di notificare ai Beni culturali i passaggi di detenzione degli immobili vincolati. Da venerdì scorso, cioè, se io do in affitto un'abbazia umbra duecentesca o un palazzo rinascimentale sul Canal Grande di mia proprietà, lo Stato non saprà chi è il locatario che può disporre del bene ed anche modificarlo sostanzialmente. Per apprenderlo, dovrà indagare a proprie spese, e nel frattempo saranno comodamente violati tutti quegli 'odiosi' vincoli che, limitando i movimenti dei proprietari, hanno permesso che uno straordinario patrimonio di affreschi, stucchi, sculture e arredi arrivasse fino a noi. E non è difficile immaginarsi l'immediata creazione di scatole cinesi che rendano praticamente impossibile l'esercizio della tutela sui beni più preziosi. Dulcis in fundo, viene inserito il principio del silenzio-assenso in materia di autorizzazione paesaggistica. In altre parole, se le Soprintendenze che prima si è attentamente provveduto a svuotare di personale e di competenze non riescono a fornire un parere entro quarantacinque giorni, si intende che il richiedente (ente locale o privato cittadino proprietario) può procedere a proprio piacere. Il Ministero per i Beni culturali si è affrettato a chiarire che questa norma entrerà in vigore solo dopo che tutti gli enti avranno adeguato le loro normative in materia paesaggistica: come dire che appena avremo finalmente gli strumenti per tutelare il nostro paesaggio, potremo far esplodere questa bomba che li vanificherà completamente Se l'Italia di oggi ha ancora qualche nesso con il paese amato e ammirato per secoli e secoli da tutta l'Europa, lo si deve al fatto che i diritti della proprietà privata sono, da sempre, stati limitati da una «servitù per pubblica utilità» che ha vietato di «deturpare un monumento o oltraggiare una bella scena paesistica, destinati entrambi al godimento di tutti». Non sono le parole di un comunista, ma quelle della relazione Per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico presentata da Benedetto Croce al Senato del Regno nel 1920. Ma l'Italia di oggi non è l'Italia di Benedetto Croce: è l'Italia di Giulio Tremonti. E Tremonti è convinto che più la proprietà privata è libera dalle «servitù per pubblica utilità», più l'economia corra: delle conseguenze di tutto questo gli interessa quanto gli interessa delle spiagge (vale a dire della tutela della nostra lunghissima e preziosissima linea di costa), e cioè non gliene «frega un tubo» (sono parole sue). Se qualcuno, in Parlamento, la pensa diversamente lo capiremo dal dibattito che precederà la conversione del decreto. Ma è soprattutto dal ministro per i Beni culturali che è legittimo aspettarsi un segnale forte. Nel suo discorso di insediamento, Giancarlo Galan affermò solennemente che «si devono porre dei limiti ai diritti individuali, al fine di tutelare l'interesse generale». Ebbene, capiremo prestissimo se erano solo chiacchiere.