Maurizio Cecconi è presidente di Villaggio Globale L'apertura del Salone dei Beni e delle Attività Culturali di Venezia ci permette alcune considerazioni. Gli operatori del settore, sia pubblici che privati, avvertono infatti, sempre più pesantemente, l'evolversi di una contraddizione. Siamo notoriamente in una difficile fase economica. Sul Gazzettino poco tempo fa si apriva la discussione sui possibili futuri di un Nordest che comincia a segnare il passo. Di fronte a questa situazione appare quasi incomprensibile come non si riesca a ritenere, finalmente, la questione dei Beni Culturali come uno degli assi di un nuovo sviluppo. L'Italia è certamente, al di là di percentuali fantasiose, sede di una straodinaria quantità e qualità di beni culturali ed architettonici ma per strana legge del contrappasso stiamo amministrando tutto ciò con una vecchia concezione di rendita di posizione. I beni culturali producono tre diverse prospettive di sviluppo. Un'economia diretta che vive nel bene e con il bene, fatta di gestione, di didattica, di visite guidate, di conservazione e coinvolge milioni di visitatori ed una occupazione diffusa. Un'economia dell'indotto che non è solo quella classica legata allo sviluppo del turismo, che già conosciamo, ma che si esplicita in servizi vecchi e nuovi quali la prenotazione remota, internet, la multimedialità, le caffetterie, le ludoteche, la corporate hospitality e così via. Ed infine un'economia più ampia tutta giocata sulla straordinaria capacità che i beni culturali hanno, di trasformare l'immaginario di un luogo, di fungere da attrattori, di essere insomma la chiave interpretativa delle occasioni e delle qualità che un territorio somma. La rendita di posizione sottovaluta tutto ciò, fa sì che il valore esplicito ed implicito dei nostri patrimoni sia sottodimensionato e concepito, come si diceva una volta, solo come "Belle Arti". Ma il problema è più ampio. I cali previsti nella finanziaria per gli Enti locali si abbatteranno pesantemente sul mondo dell'organizzazione culturale. E ciò significa ancora una volta che si potrà a malapena conservare e certo non investire per valorizzare. Se poi pensiamo che la crisi dell'apparato industriale limita ancor più il privato nelle sue scelte di sponsorizzazióne già parziali per meccanismo fiscale ancora privo di incentivi, ci rendiamo conto dello stato e delle difficoltà di questo grande settore produttivo. Non si tratta però di avviare piccoli correttivi. Bisogna scegliere l'apertura di una nuova fase di sviluppo e di valorizzazione dei nostri patrimoni. Occorre cambiare mentalità. Il bene culturale è uno straordinario grimaldello di economia, di relazioni, di conoscenza e di sviluppo. E tutto ciò facendo, non si mette in crisi, non si deturpa il valore e la qualità del bene stesso. Da Venezia non abbiamo visto con piacere la chiusura dei Saloni di Roma e e Torino che come noi affrontavano le grandi tematiche dei beni culturali. Il Salone di Venezia si è sviluppato, è cresciuto e si è qualificato in questi ultimi anni, si pone come luogo di incontro tra pubblico e privato, come sede della discussione, come occasione che serva ad aiutare la nascita di una nuova concezione economica che saldi beni culturali, beni ambientali e beni eno-gastronomici. Organizzarlo non è solo complesso, è perennamente una sfida ad un modo dominante di vedere questo settore in maniera obsoleta e non innovativa. Lo sforzo di Veneziafiere e di tutti coloro che hanno collaborato, segna una volontà che non può più essere testimonianza. È ora e tempo che lo Stato, le grandi Istituzioni, le Associazioni degli imprenditori e lo stesso mondo degli intellettuali entrino in campo.
Beni culturali, un patrimonio gestito in maniera sbagliata
Il presidente di Villaggio Globale, Maurizio Cecconi, ha sottolineato l'importanza dei beni culturali per lo sviluppo economico e sociale. In un momento di crisi economica, il settore culturale potrebbe essere un'opportunità per l'Italia. I beni culturali possono produrre tre diverse prospettive di sviluppo: un'economia diretta, un'economia dell'indotto e un'economia più ampia che si basa sulla capacità dei beni culturali di trasformare l'immaginario di un luogo. Tuttavia, la rendita di posizione sottovaluta il valore dei beni culturali e li concepisce solo come "Belle Arti".
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Bene culturale
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