L'artista Kounellis risponde all'articolo di Francesco Bonami apparso su queste pagine giovedì 12 maggio. Di che cosa mi accusa Francesco Bonami, le cui doti curatoriali sono spesso minacciose e ricattatorie nei confronti dell'arte e degli artisti italiani? Nella sua smania "riformista", dopo aver consecutivamente dileggiato Michelangelo Pistoletto e Mimmo Paladino nei giorni scorsi sulle colonne del vostro giornale, Bonami s'atteggia adesso a censore mio con i soliti toni e argomenti da avanspettacolo televisivo. Noi che amiamo l'avanguardia e il conflitto dialettico delle idee, le sfide intellettuali e l'epica delle forme e dei linguaggi dovremmo ignorare lo stridore molesto di questi neofiti di una contemporaneità da supermercato di provincia (anche gli Stati Uniti possono essere una sterminata provincia del mondo). Ciò nonostante abbiamo il diritto e il dovere di difendere pubblicamente l'integrità del nostro lavoro, che in fondo è nient'altro che lo svolgimento attuale di una storia plurisecolare. E infatti sia Francesco Bonami, sia Vittorio Sgarbi, opposti estremisti della restaurazione - nel modo vernacolare e pseudoamericano del primo e in quello estetizzante e strapaesano del secondo - rappresentano per contrasto con la loro furiosa e ossessiva presenza, il possibile declino locale e globale della cultura italiana sulla sgomenta scena internazionale. Si può allora tacere e far finta di niente? Si può cedere alla chiamata al disarmo che ci proviene da ogni parte? Penso proprio di no. Poiché Bonami e Sgarbi, entrambi poco inclini alla ricerca e al pensiero, fanno da sempre a chi la spara più grossa, producendo mostre di poca rilevanza culturale, non ho mai smesso di credere che fosse cosa piccola, ma buona e giusta tenersi alla larga dai loro circhi mediatici. Non avendo dimenticato l'offensivo testo di Bonami nel catalogo della mostra dell'Arte Povera, Zero to Infinity, sull'arte italiana, alla Tate Gallery di Londra e al Walker art Center di Mineapolis, nel 2008 l'avvocato da me interpellato riuscì a bloccare la riproduzione in catalogo di un'opera arbitrariamente scelta da Bonami per una sedicente esposizione veneziana - e sono ancora grato al collezionista che volle soddisfare la mia richiesta di non concederla in prestito a Palazzo Grassi. Oggi invece la decisione del collezionista che invia alla Biennale di Sgarbi una mia opera di sua proprietà. nonostante il mio scetticismo, magari avrà una sua normalità visto che, a quanto mi dicono saremo davanti ad una mostra fatta in parte dalle scelte del curatore dall'altra affidata a quelle di varie personalità. Che cosa accadrà allora? Ancora una volta a Venezia si farà confusione e si proverà ad aggredire la storia dell'arte visiva italiana mischiando ogni cosa con il medesimo atteggiamento di chi, in altri contesti, ritiene che basti urlare a squarciagola che siamo tutti corrotti o comunque corruttibili per essere collettivamente assolti dalla propria impresentabile inadeguatezza culturale e civile. Nella nostra tradizione di tenace protagonismo europeo riteniamo invece, di dover rilanciare ogni giorno l'eredità di chi da secoli, con coraggio e pazienza ha costruito dalle fondamenta il senso culturale e morale del paese, rischiando, da giocatore l'integrità delle forme e dei linguaggi per combattere la battaglia della contemporaneità contro la barbarie della restaurazione. È vero che l'artista ha una moralità da difendere ma il moralismo è estraneo alla storia dell'immagine ed è dunque libero di presentare le proprie drammaturgie come vuole e dove vuole, come sempre devono e possono fare gli artisti, distinguendo, scegliendo, qualche volta rinunciando, mai ascoltando le rumorose sirene del ritorno all'ordine.