Sono in tanti oggi a riconoscere che l'arte contemporanea ha la funzione di lavare, per così dire, «il denaro sporco» dell'arte, giustificandola in nome di fenomeni quali il marketing o l'effetto pubblicitario. Paul Werner, che ha lavorato per molti anni presso il Guggenheim di New York, ha recentemente scritto: «La vera funzione dei musei americani è riciclare i soldi dei loro finanziatori. Non trasformando un bene (diciamo la droga) in un altro (diciamo dei Rembrandt), ma elevando l'opera d'arte a strumento di potere e fiducia. Il museo trasforma le opere d'arte in gloria allo stesso modo in cui i suoi proprietari trasformano i salvadanai in futures». Eppure piccoli, medi o grandi collezionisti proprietari di imperi economici sono sempre pronti a sostenere che l'arte contemporanea è una «passione intellettuale», un «modo per essere del proprio tempo», un «investimento culturale», un «coup de coeur», «emozione dell'ignoto», un «possesso con finalità trascendentali», addirittura una «missione», in cui valori speculativi, economici e finanziari sembrano non entrare affatto. È molto probabile invece che i veri motivi del collezionismo d'arte siano questioni di riconoscimento sociale e di affermazione economica. Il pubblicitario inglese Charles Saatchi o il francese Francois Pinault conoscono bene questo meccanismo. Pinault è un collezionista proprietario di varie aziende del lusso, tra cui la casa d'arte Christie's, Palazzo Grassi e il museo di Punta della Dogana a Venezia, dove espone le opere della sua collezione. Sembra però difficile pensare che chi mostra la propria collezione in spazi pubblici e possiede una delle due più importanti case d'aste del mondo, che fatturano milioni di euro ogni anno, influenzando inevitabilmente il mondo dell'arte, della critica, dell'editoria, non abbia niente a che fare con questioni di speculazione dell'arte e che questa non sia intesa da lui come forma di investimento! Nel sistema economico dell'arte, poi, Saatchi è il vero Principe rinascimentale proiettato nel sistema economico e sociale del capitalismo, come i Medici che collezionavano opere d'arte anche in funzione del rafforzamento del loro potere politico ed economico o per autopromuovere la propria immagine di signori e banchieri di Firenze. Rispetto a un sedicente disincantato e puro mondo del collezionismo, le posizioni apertamente dichiarate, in pubbliche occasioni, da importanti e influenti uomini d'affari e politici, che non devono difendere alcuna condizione edenica dell'arte, confermano questi processi. L'artista tedesco Hans Haacke ha realizzato un'opera dal significativo titolo On social Grease proprio usando alcune affermazioni pubbliche dei vari Rockfeller, Frank Stanton (presidente negli anni Settanta della CBS e membro del New York State Council on the Arts), o Robert Kingsley (dirigente della EXXON e fondatore e presidente dell'Arts and Business Council di New York). Così recita per esempio quella di Stanton: «La cosa principale è il fatto che in misura crescente il mondo degli affari si rende conto che le arti non sono una cosa a parte: hanno a che fare con tutti gli aspetti della vita, compresi gli affari e sono veramente essenziali alle aziende». Possono dunque il valore economico dell'opera e le sue vicende sul mercato, essere distinte da un discorso speculativo puro? Non è forse vero che chi acquista un'opera d'arte che col tempo aumenterà valore guadagni in prestigio sociale più di chi si ritroverà col capitale dimezzato dalla eventuale caduta del valore economico dell'artista? Ammettendo che l'arte contemporanea sia «funzionale alla dinamica economica di Wall Street e di ogni borsa mondiale», Angela Vettese afferma che arte contemporanea e «capitalismo avanzato sembrano proprio procedere in tandem: osservando la mappa dei musei e delle mostre più rilevanti, non è difficile constatare come, appena in un Paese arriva il primo, inizi a esservi promossa la seconda». Potremmo dire senza paura di smentite che ogni collezionista non nutra solo sentimenti disinteressati ma che sia un operatore economico che vede nell'arte l'occasione di investimenti vantaggiosi e prestigio? Critico d'arte e autore del libro "The art horror picture show» Tuttavia, come ogni investimento che si rispetti, anche qui conta il ritorno in prestigio e in dollari I collezionisti dichiarano di agire spinti dalla febbre per opere e autori, soprattutto per quelli contemporanei.