ATTENZIONE. Elevata da 50 a 70 anni la soglia per l'interesse culturale degli immobili pubblici Nel cosiddetto decreto sviluppo pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 13 maggio risulta elevata da cinquanta a settanta anni la soglia per la presunzione di interesse culturale degli immobili pubblici. La norma è inserita alla fine dell'art art. 4 (Costruzione delle opere pubbliche) che mira a ridurre i tempi di costruzione delle opere pubbliche. Tale norma, in contrasto con quanto previsto dal Codice dei Beni culturali, mentre apre contenziosi per quanto riguarda i procedimenti di tutela in atto, appare particolarmente pericolosa e foriera di ulteriori danni al nostro patrimonio architettonico contemporaneo. Come sollecita un nostro affezionato lettore, Bruno Ciliento, sarebbe opportuno avviare un dibattito sul tema della tutela del contemporaneo anche attraverso procedure semplificate di verifica. Riceviamo intanto da Alessandro Del Puppo, docente dell'Università di Udine, questa preoccupata nota, che interamente condividiamo: Bastano due conti: elevare la soglia di presunzione di interesse da 50 a 70 anni significa (se ho capito bene; io non ho letto l'intero documento) estromettere l'architettura pubblica italiana dal 1941 al 1961. Ciò significa, tralasciando per ora l'estrema architettura del periodo fascista (che pure presenta, grazie ai cantieri dell'E42, più d'un caso di studio internazionale), colpire l'intera vicenda della ricostruzione postbellica. E qui l'elenco è ancora più doloroso; copre infatti l'edilizia pubblica in tutte le sue sfaccettature e in tutte l'ampiezza del programma di ristrutturazione della giovane democrazia. Troviamo infatti uffici pubblici di rilievo, come la sede dell'Inail di Venezia (Giuseppe Sandonà ed Egle Trincanato, 1950-56), gli uffici dell'Ina a Parma (Franco Albini, 1950) e quelli dell'Enaps a Bologna (Saverio Muratori, 1952-57). Ricadono nel decreto sedi museali come il PAC di Ignazio Gardella a Milano (1947-54); gli storici allestimenti museali del gruppo BBPR presso il Castello Sforzesco a Milano (1954-56), quelli di Franco Albini a Palazzo Bianco a Genova e quelli di Carlo Scarpa al Museo di Castelvecchio a Verona. E non mancano altri episodi di sicuro rilievo, come la Borsa valori di Gabetti e Isola a Torino (1952). Ma il vero rischio non sarà soltanto quello che potrebbe colpire il singolo ed eclatante episodio architettonico. Esso si estenderà anche al più vasto tessuto dell'edilizia popolare, come gli storici quartieri Ina casa e Iacp costruiti nell'immediata cerchia urbana di Milano, Torino, Roma, Genova, Bologna, Venezia, da architetti come Quaroni, Ridolfi, Aymonino, Albini, Gardella, Libera, BBPR, nel corso degli anni Cinquanta; senza dimenticare i progetti di riqualificazione urbana nel Mezzogiorno, come il Villaggio La Martella a Matera. Viene anzi il sospetto che sia proprio questo l'obiettivo implicito del decreto: derubricare dall'interesse culturale una delle più alte e significative vicende dell'edilizia e dell'urbanistica popolare, consegnando così preziose aree edificate (con il tempo, ormai, pienamente inglobate nel tessuto urbano) agli interessi degli speculatori.