La vicenda della statua di San Catello che a Castellammare di Stabia si ferma in processione di fronte alla casa di un noto camorrista è perfettamente speculare a quella del Murale della legalità di Borgetto (Palermo) di cui ho parlato venerdì scorso. In entrambi i casi, un'immagine artistica svolge un importante ruolo simbolico nello spazio pubblico: la statua consolida il riconoscimento sociale di un potere criminale che cerca nella tradizione e nella fede una legittimazione anti-statale, il dipinto murale collettivo rappresenta e radica l'impegno della comunità civile nella lotta alla Mafia. E in entrambi i casi, le autorità pubbliche si sono dimostrate coscienti del potere delle immagini: in Sicilia hanno promosso e finanziato l'opera, in Campania il sindaco di Castellammare si è opposto alla sosta rituale della statua. Quando ha capito di non poterla impedire, Luigi Bobbio si è tolto la fascia tricolore e ha ritirato il gonfalone del Comune, per dissociare solennemente da questo omaggio perverso la comunità che rappresenta. E ha fatto benissimo, perché il linguaggio dei simboli e delle figure è radicatissimo nell'identità italiana, ed è anche su questo piano che si deve agire se si vuol costruire una legalità diffusa e una cittadinanza consapevole. È difficile far capire agli italiani di oggi che le opere d'arte del passato non sono nate per essere ammirate nei musei. Per comprenderlo in un attimo, tuttavia, basta guardare le immagini delle statua di San Catello che quasi si inginocchia per onorare la Camorra. E recuperare la consapevolezza delle complesse, controverse e appassionanti funzioni civili per le quali è nato il nostro patrimonio artistico non è solo l'unica via per conservarlo: e anche una delle vie maestre per continuare ad essere civili.