Il Raffaello di palazzo Pitti? «Può essere una copia. E se il direttore Cecchi avesse letto i documenti del nuovo studio sulla "Visione di Ezechiele" qualche dubbio gli sarebbe venuto". Dopo la levata di scudi dei musei fiorentini sulla storia del Raffaello ritrovato pubblicata da "l'Espresso", parla una studiosa che ha approfondito la ricerca firmata da Roberto De Feo: Giovanna Perini, docente di storia della critica d'arte all'università "Carlo Bo" di Urbino, patria del pittore, e corrispondente dell'Accademia Raffaello. Professoressa Perini, Lei che ha ascoltato la conferenza di De Feo s'è fatta un'idea su questa vicenda? «Partiamo proprio da una prima questione di metodo: non si può parlare di cose che non si conoscono. E finora ho sentito parlare persone che si sono espresse su uno studio complesso, che non hanno però né letto, né ascoltato. Diciamo che la vicenda è stata "deviata" dal clamore mediatico. Gli unici che possono parlare con cognizione di causa, per ora, sono quelli che hanno ascoltato la conferenza all'Accademia Raffaello o che hanno letto l'articolo di De Feo". E cosa s'è detto all'Accademia sulla "Visione di Ezechiele" di palazzo Pitti? «De Feo ha avuto modo di leggere all'Accademia i documenti inediti che ha trovato, e anche di rileggere quelli noti in un contesto diverso. In più, abbiamo potuto discutere le due immagini, il dipinto di Pitti e l'altro, affiancate con un ingrandimento di circa dieci volte rispetto all'originale. Il che, se costituisce una visione innaturale, consente però di leggere molto meglio i dettagli". Dettagli che la convincono o no sulla tesi dello studioso. E cioè che Palazzo Pitti potrebbe esporre una copia? "Beh, questo sì. Il discorso si divide in due parti: i documenti e la storia della critica. Partiamo dalla seconda. La storia della critica dimostra che già nel 1800, a partire da Crowe e Cavalcasclle, e poi soprattutto in ambito germanico, anche nella monografia di Rosenberg e Gronau del 1909, si mette spesso in dubbio che quel quadro sia un originale di Raffaello. E si avanza l'attribuzione a Giulio Romano o altri della scuola. C'è pure un disagio nella collocazione cronologica che non può essere posteriore al 1520, data di morte di Raffaello, e però mal si adatta al periodo 1510-1520. Non si sa dove metterlo, insomma, e alcuni dicono: Giulio Romano. Ma tutto questo si evince anche dalla scheda di Meyer zur Capellen nella sua recente monografia sul pittore". E i documenti citati nel saggio? «Rileggono la storia del quadro finora attribuito a Raffaello. Il primo documento fiorentino che lo cita parla del quadro senza dargli un'attribuzione, anche se è inserito in un elenco di altri quadri dove si specificano gli autori, incluso lo stesso Raffaello. Curioso. Inoltre, la presenza del dipinto nella "Tribuna medicea", incontestabile, non prova nulla: ci sono passati quadri di Tiziano e di Raffaello che ora sono concordemente ascritti ad altri". Palazzo Pitti assicura che si tratta di un originale, donato da Agostino Hercolani nel '500. E che ci sono i documenti... "Il dono di Agostino Hercolani al Granduca di Toscana è leggenda. Perché Bologna dal 1506 non ha mai avuto ambasciatori a Firenze e Hercolani era ambasciatore a Roma. In più, che esistesse un altro supposto quadro originale si è sempre saputo, almeno a partire da metà '600, quando Chantelou ha comprato a Bologna il quadro che allora si presumeva essere l'originale. E che è passato di sicuro nelle collezioni del Duca d'Orleans da cui è sparito - e lo dimostra per la prima volta proprio De Feo - prima che la collezione venisse mandata a Londra per la vendita all'asta. Lì, infatti, è stata mandata una copia, di cui pare esista una fotografia, e che è diversa dal quadro ora ritrovato. Sono tutti elementi interessanti". Perché allora Palazzo Pitti ha difeso a spada tratta il suo dipinto, smentendo anche l'ipotesi che si possa trattare di una copia? «La posizione tenuta dal direttore di Pitti, Alessandro Cecchi, è una necessaria difesa d'ufficio. Non poteva fare diversamente. Mentre chi si è schierato senza avere apparente interesse, evidentemente ha altri interessi. Se Cecchi avesse trovato i documenti di De Feo, o li avesse letti, qualche dubbio credo gli sarebbe venuto. E avrebbe forse assunto una posizione un po' diversa, più sfumata. Finora nessuno ha letto il saggio, questo è il problema. Il discorso va riportato sul piano scientifico, lontano dal clamore mediatico". Perché molti studiosi e musei hanno scelto la strada del "no" a tutti i costi? "È ovvio il risentimento dei colleghi dei musei, e lo condivido. I musei sono sotto costante attacco, non solo mediatico». Da parte di chi? «La stampa fin qui non ha aiutato di certo, ma il problema è che da oltre un decennio i governi succedutisi, nessuno escluso, sfruttano sempre più i beni culturali senza sovvenzionarne adeguatamente la tutela, spuntano i mezzi giuridici per proteggere le opere, non danno finanziamenti, né reclutano personale adeguato per numero e competenza. Il progressivo depauperamento delle Sovrintendenze storico-artistiche, specie rispetto a quelle archeologiche ed architettoniche, è vergognoso e irresponsabile. Così come l'auspicato decentramento della tutela in un Paese che ha troppe regioni in mano alla malavita. Perciò i musei, se attaccati, non possono non reagire con vivacità. E va data loro piena solidarietà". Che si può fare a questo punto? «Pubblicare il saggio in un'adeguata sede scientifica e su quello discutere. E poi, dal momento che Cecilia Frosinini ha dichiarato che esistono le indagini tecniche (radiografie, infrarossi, ecc.) del quadro di Pitti, bene: chi sa leggerle può confrontarle con quelle del nuovo. Si può cioè auspicare che, sedate le risse mediatiche, ci sia spazio per un confronto scientifico basato sui documenti cartacei, su cui rivendico qualche competenza, su quelli pittorici e sulle analisi tecniche, in un convegno internazionale di specialisti». Fra chi ha detto "no" alla teoria dl De Feo, secondo lei, c'è qualcuno che sa che qualche problema esiste? «Sì. Ci sono problemi di ogni tipo, e sono sollevati e resi attuali da questo ritrovamento operato da De Feo, comunque lo si valuti. Ma, ripeto, vanno discussi in sede scientifica». Un'ultima cosa: qualcuno ha detto che la firma sul quadro ritrovato è la prova che è tutta una bufala. È d'accordo? «No. Anche sulla firma, come dice Marini, c'è da indagare. Per esempio la "S" nel quadrato potrebbe essere un marchio di collezione. Mentre "R.V." si ritrova notoriamente anche nei disegni di Raffaello un tempo di collezione Antaldi, e in suoi quadri, tanto certi che discussi. Una parte della firma poi è dichiaratamente falsa, ma questo il saggio lo spiega. Cioè, torniamo al principio, il problema è sapere di cosa stiamo parlando, senza fughe in avanti. D'altro canto, sul discusso ritratto del duca Guidobaldo agli Uffizi pare stiano emergendo elementi obiettivi che sembrerebbero ancorarlo ancor più saldamente a Raffaello e ad un'esecuzione in Urbino. Gli studi continuano. Anche nelle Soprintendenze».