Uno studioso che non fa parte dei "guru" della storia dell'arte italiana. Un saggio che rompe un tabù secolare, fino a mettere in dubbio l'autenticità di un Raffaello, esposto a palazzo Pitti a Firenze. Una storia alla Dan Brown, insomma, proprio come l'abbiamo raccontata, che sta scatenando un uragano nel mondo dell'arte. E bastato pubblicare la ricostruzione presentata all'Accademia Raffaello di Urbino da Roberto De Feo, il ricercatore veneziano che per tre anni ha studiato la "Visione di Ezechiele", uno dei dipinti più importanti e controversi del pittore rinascimentale, per sollevare una bufera. Esperti contro esperti, accademici contro accademici, l'Italia dell'arte si è divisa in due: tutto vero o tutto falso. C'è chi ha attaccato De Feo parlando di una «ricerca senza valore», c'è chi invece l'ha difeso spiegando che quel dipinto è «considerato incerto da molti anni e adesso ci sono i documenti». E c'è poi chi non si pronuncia. E aspetta di leggere nei dettagli lo studio. Chi è convinto che emergano novità importanti su Raffaello è l'università di Urbino, ad esempio, dove la ricerca è stata discussa il 20 aprile. L'Accademia Raffaello difende De Feo e suggerisce «maggiore cautela al museo fiorentino che ritiene di ospitare l'originale". Anche perché, come spiega la storica dell'arte Giovanna Perini nell'intervista a fianco, chi ha vagliato i documenti citati nello studio ritiene che «dubbi sull'autenticità del quadro di Firenze ci siano». Da Palazzo Pini, invece, alzano le barricare. Il direttore Alessandro Cecchi smentisce categoricamente che il dipinto esposto nella Sala Nettuno possa essere una copia. E attacca De Feo, che ritiene uno studioso dalla scoperta troppo facile: «Nessun dubbio sull'autenticità. Il nostro quadro ha una qualità altissima che lo contraddistingue e un'ampia storia collezionistica, prima nella Collezione Hercolani di Bologna e poi nelle Collezioni Medicee, presenza documentata nel 1589«. Secondo Cecchi, insomma, «nessuno l'ha mai messo in discussione, mentre quello che viene presentato come originale sembra una copia antica, molto più sommaria nei dettagli». Un po' più possibilista resta la sovrintendente dei musei fiorentini, Cristina Acidini, che dice di «non escludere alcuna ipotesi: ogni incremento della ricerca e del dibattito sono benvenuti, quello che eliminerei è il tono astioso, i musei non sono una lobby», dice mentre il muro di gomma sulla vicenda si alza ogni giorno di più. Molto scettico sul fatto che il quadro di Pitti sia una copia anche Claudio Strinati, dirigente del ministero dei Beni Culturali e autore del volume "Raffaello universale". Propone però un forum per potersi pronunciare nel merito (vedi box a pag. 72). Mentre Salvatore Settis, cui era stato chiesto di presentare ai Lincei il saggio, riletto da GiancarIo Fiaccadori dell'università di Milano, dopo l'anticipazione de "l'Espresso" precisa di non avere ancora elementi sufficienti per decidere se farlo o no. In attesa di un'ultima versione della ricerca Poi c'è Vittorio Sgarbi, pronto a cavalcare la polemica. Il critico attacca De Feo, che è stato suo allievo molti anni fa, e gli affibbia l'etichetta del «Gerry Calà dell'arte», liquidando il dipinto ritrovato come una copia, brutta al punto da poter parlare di una «burla» da raccontare in tv. Burla che De Feo smentisce, difendendo il suo lavoro: «Vorrei essere giudicato dal mio studio, che finora nessuno mi legge. Del quadro da me visionato, che ha una storia inglese più che ferrarese, non ho mai parlato con Sgarbi. Né mi risulta che qualcuno l'abbia fatto», dice lo studioso al centro delle polemiche. La sindrome del Guelfi e Ghibellini C'è una pessima abitudine che impazza nella nostra vita quotidiana, specie nel mondo dell'informazione: non è necessario capire, ma schierarsi; non importa sapere se una cosa è vera o no, ma diffondere il sospetto che non sia più possibile accertarlo. E' la filosofia del caos, è la notte in cui tutti i gatti sono bigi e dunque non c'è più giusto e ingiusto, bello e brutto, vero e falso. Credevamo che ciò riguardasse solo la politica e in particolare vita e opere di Berlusconi C. E Invece basta vedere che cosa si è scatenato dopo che l'Espresso ha riassunto il punto di vista di un docente universitario su due dipinti attribuiti a Raffaello per confermarci che il vizio si diffonde a macchia d'olio. Non sappiamo né possiamo sapere se De Feo sbaglia o ha ragione, ma vorremmo che prima di arrivare a una qualunque conclusione si valutasse tutta la documentazione a disposizione. È troppo?