Esperti a convegno a Villa Romanazzi Carducci per discutere del waterfront da Punta Perotti a San Giorgio. Nel corso dei lavori sarà presentato anche un progetto firmato dallarchitetto Arturo Cucciolla Lurbanista Borri "Serve una legge regionale organica in difesa dei nostri litorali" Unaltra Bari, unaltra Puglia, non possono che nascere da un dialogo ritrovato col waterfront. È da questo presupposto che nasce il convegno nazionale "Pugliafrontemare: paesaggi in divenire", in programma oggi a Bari, a partire dalle 9,30 a villa Romanazzi, e promosso dalla sezione pugliese dellAssociazione italiana architettura del paesaggio, coordinata da Giorgio Skoff. A confronto urbanisti, architetti e altri addetti ai lavori, «insieme per gettare le basi - spiega Skoff - di un laboratorio nel quale individuare le linee guida di una riprogettazione del rapporto fra la città e la regione con il proprio waterfront». A settembre, intanto, è già in programma, ancora a Bari, una mostra che proporrà alcune idee progettuali sul capoluogo, e non solo, realizzate da architetti del paesaggio provenienti da tutta Italia (www.pugliafrontemare.it). Nel frattempo, già stamane, larchitetto Arturo Cucciolla del Politecnico di Bari presenterà un progetto per la riqualificazione del litorale Sud della città (redatto insieme con il collega Saverio Bisceglie e Nicola Signorile e in collaborazione con lingegnere Vincenza Barbaro). «Lidea di fondo è dare vita - anticipa Cucciolla - a un grande parco costiero, per tempo libero e turismo, mentre il "nodo" di Punta Perotti potrà essere sistemato come "nuova porta" della città». Un progetto che, tuttavia, precisa «ha per fondamentale presupposto il protocollo dintesa stretto tra Regione, Comune e Rfi per lo spostamento della ferrovia Sud-Est di Bari, che rende possibile la ricongiunzione di Japigia col mare. Il tracciato attuale della ferrovia, liberato, diventa nel nostro progetto una nuova strada carrabile per il traffico da Sud, in un assetto viario non più interrotto dai binari». In questo scenario, il posto della litoranea carrabile «verrebbe preso da una strada pedonale e ciclabile da punta Perotti a San Giorgio, che consentirà anche il passaggio di mezzi pubblici a trazione elettrica e che sarà attrezzata con punti di sosta e ristoro. Tale strada si raccorderà poi con il lungomare Nazario Sauro, arrivando fino alla basilica di San Nicola. E lungo la costa potrà svilupparsi una "strada marittima", cioè una linea di battelli pubblici, da San Giorgio a Bari vecchia, mentre da Japigia si potrà accedere al parco costiero con sentieri pedonali e ciclabili». Un quadro di lettura dello stato del waterfront, poi, giungerà attraverso lanalisi di Dino Borri, urbanista del Politecnico barese. «In unarea urbana come quella di Bari, dotata di un fronte mare lungo 40 chilometri - premette - il discorso del paesaggio costiero è unarma a doppio taglio: può essere una straordinaria risorsa ma anche una sciagura. Faccio degli esempi: la parte centrale, quella del lungomare monumentale, è stata trasformata in modo magistrale fra le due guerre con un grande progetto di architettura urbana che tuttora usiamo e ammiriamo, mentre il litorale Sud è rimasto quello della Bari povera e delle spiagge delle moltitudini. Larea Nord, a San Girolamo, è stata invece distrutta da una "libanizzazione" terribile negli anni 80: sembra il lungomare di Beirut in peggio. Questa è la Bari di oggi e, gran parte del suo futuro, continua a giocarsi ancora sul waterfront». Una partita, questultima, che interessa lintera Puglia che, ricorda Borri, «possiede il più lungo fronte mare dellItalia continentale con aree come il Salento o il Gargano che vanno tenute sotto osservazione, perché si stanno trasformando a vista docchio e non bene. E il Gargano, avendo il parco nazionale, è forse più protetto: lì si stanno degradando le città ma la costa è più integra non fossaltro perché è difficile edificarvi, a differenza del Salento decisamente più a rischio. Serve allora una grande politica regionale per tali aree, che sappia intrecciare il bastone e la carota, riconoscendo responsabilità in positivo, e non, ai Comuni».