«La prima volta che verrò a Torino, ne parlerò con il sindaco. La bellezza non si può imporre a forza di delibere, ma forse Torino dovrebbe creare un gruppo di lavoro, che almeno sui grandi interventi immobiliari possa offrire consigli e riflessioni». Parola di un maestro dell'architettura, Massimiliano Fuksas, che accetta di partecipare al dibattito nato intorno al j'accuse di Cagnardi, per il quale l'edilizia in via di realizzazione lungo le Spine è dozzinale, vecchia di trent'anni, un'occasione storica perduta. Tra i volti noti dell'architettura c'è chi è d'accordo, e chi punta il dito contro lo stesso Cagnardi. Carlo Ratti, docente al Mit di Boston, sottoscrive il cahier de doléance di Cagnardi («E' un'architettura indegna»), e lancia due proposte: «bloccare i molti progetti non ancora approvati in via definitiva, per una doverosa pausa di riflessione»; e, in tono semiserio, «apporre una targa con i nomi degli autori delle brutture già realizzate». Della serie «da che pulpito», dalla sua abitazione di Parigi Fuksas ricorda innanzitutto che «Cagnardi e Gregotti hanno firmato il quartiere Zen di Palermo, realizzando alla Bicocca di Milano un'intera città sovietica». Al di là di ciò, «Il problema sollevato esiste, e non è diverso a Torino rispetto al resto d'Italia. Vedo riproporre dappertutto vecchi progetti di palazzoni Anni Settanta, veri e propri fondi di magazzino. Da allora, però, la gente è cambiata: è diventata più colta, più attenta ed esigente, e chiede qualcosa di diverso». Il punto è che «Si pensa che l'architetto attento alla bellezza debba essere chiamato in causa solo per il monumento, il grande intervento creativo voluto dalle istituzioni: un destino baro lo tiene lontano dal grosso dell'ideazione delle città. Nessuno mi chiede mai di disegnare una casa. E' sbagliato addossare il torto solo ai costruttori, anche se è non è giusto costruire a 500 euro al metro per rivendere a 3 mila: bisognerebbe spenderne 1500, investendo in qualità. Se un tempo di ogni ogni bruttura si dava la colpa ai geometri, oggi siamo noi architetti che dobbiamo farci avanti. La bellezza dà felicità. Non la si può imporre per legge ma si può far crescere la cultura della qualità». Il professor Paolo Portoghesi, che ieri ha tenuto una conferenza del ciclo dedicato a Roberto Gabetti ad Architettura, non conosce le opere in corso sulle Spine. Conosce però il piano di Cagnardi, che non lo ha mai del tutto convinto: «Torino è fatta di piazze, di spazi e di paesaggi il cui spirito non è del tutto incarnato nel piano regolatore, che non riempie i vuoti rispettando il carattere urbanistico della città. Non c'è da meravigliarsi se ne viene fuori un'architettura in tono minore. Quando si stila un piano ci si augura che lo relizzino i migliori architetti del mondo, ma non sempre accade». Aimaro Isola si dice «stupito di una polemica dai toni così aspri. S'è fatta di tutt'erba un fascio: vedo crescere realizzazioni buone e meno buone. Inoltre si sono concretizzate le cubature previste dal piano regolatore: è naturale che gli impresali le sfruttino, anche se le ritengo eccessive per edifici residenziali. Si stanno anche lasciando parchi troppo grandi, senza verde urbano tra gli edifici. Molti di noi hanno cercato di rimediare a questi errori, diminuendo la retorica monumentalistica degli isolati tracciati dal piano». Per Carlo Olmo, «E' troppo presto per giudicare. Sulla Spina 3 si vedono certi missili piantati al suolo, che conclusi i lavori appariranno tutt'altro. L'architettura è un processo complesso, portato avanti da molti attori, e la qualità va ricercata in tutti i passaggi: un bel progetto è vanificato da brutte finlture, ma ridurre tutto all'estetica è sbagliato; una casa è bella anche se dura nel tempo, e se è funzionale». Se per Olmo «Occorre innalzare la qualità innalzando la cultura di tutti gli attori coinvolti nella nascita di un edificio», per Benedetto Camerana, coautore del villaggo olimpico agli ex mercati generali, il problema sta innanzitutto nel prgc: «Ha consentito edifici pesanti: altissimi, anche dieci piani, e lunghi fino a cento metri. E' difficile che ne vengano fuori realizzazioni gradevoli; è questione di masse, di volumi. Presto sarò giudicato anch'io: per il villaggio olimpico abbiamo costruito 36 palazzine non molto alte, sulle quali abbiamo molto lavorato con il colore, che crea bellezza e non costa nulla. Credo che comunque su spina 3 la realizzazione in corso, per la quale è stato chiamato un gruppo di paesaggisti, darà risultati migliori di quelli che abbiamo visto finora». Per Carlo Ratti, infine, «Occorrerebbe una pausa di riflessione sui progetti che si possono ancora fermare: interrare la ferrovia era una possibilità di trasformazione unica, un'occasione storica che Torino non avrà per altri mille anni, e che sta sciupando con architetture di pessima qualità. Ma occorre far tesoro degli errori, e porre rimedio. C'è tempo e modo di mettere mano, per capire che cosa è andato storto e correggere la rotta. Purtroppo è mancata finora la trasparenza, il coinvolgimento della città: fino alla fine, i torinesi non hanno capito che cosa stessero diventando tanto le Spine quanto Valdo Fusi».