C'era cascato. Come una bifora consunta dai secoli, come un angelo impallinato dalla propaganda dei giornali, il professor Salvatore Settis - docente alla Normale di Pisa ed ex direttore del Getty research instìtute di Los Angeles -s'era convinto che questo governo avrebbe prima o poi venduto il Colosseo e la fontana di Trevi. Così ha scritto un corrosivo pamphlet (perché i pamphlet sono sempre corrosivi) dal titolo Italia spa, assalto al patrimonio culturale (Einaudi, pagg. 149, euro 8,80). Copertina furente, con il Saturno che divora i suoi figli di Goya. Ovazioni a sinistra. «Pensa di avere a che fare con dei talebani che hanno intenzione di distruggere il patrimonio artistico italiano», s'era difeso il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, che gli aveva risposto con un altro libro, intitolato II tesoro degli italiani (Mondadori, pagg. 137, euro 15). Il duello a colpi di cellulosa si conclude felicemente in un affollato pomeriggio dentro l'aula magna dell'università Bocconi di Milano, dove il ministro e il professore si ritrovano sul palco davanti a cinquecento studenti ansiosi di vederli incrociare i guantoni in un incontro di boxe. L'occasione è singolare: nel tempio dell'economia si parla di «Valorizzazione del patrimonio culturale». L'occasione è didattica: gli studenti di gestione aziendale hanno la possibilità di approfondire le differenze fra la Nike di Samotracia e la Nike delle scarpe da tennis. L'occasione è infine ghiotta: il presunto Talebano e il Maestro liberal si prendono a schiaffi. Purtroppo per la platea, l'incontro finisce a dieci secondi dal gong, il ministro dice: «La polemica è sorta per effetto di una preoccupazione legittima, per la verità non fondata né sui fatti, né sul diritto. L'intenzione è di cedere solo alcune aree dismesse senza alcun valore architettonico». Il professore risponde: «Le rassicurazioni di Urbani in questi mesi sono state molto positive. Ora bisognerebbe correggere la legge con un'altra legge. Mi rendo però conto che parte del patrimonio immobiliare italiano sia degno di un Paese socialista. E lo Stato non solo ha il diritto di venderlo, ma anche il dovere». Crolla la polemica, restano sul tavolo le cose serie. Vale a dire un patrimonio da salvare, la possibilità di far convivere economia e cultura. In definitiva la capacità di preservare e incrementare quei 160 milioni di turisti che ogni anno entrano in Italia per godere della sua arte. «Per una volta non dobbiamo imparare da nessuno a tutelare i nostri tesori», spiega Salvatore Settis. «Perché da noi c'è la maggior concentrazione di opere d'arte del mondo? Perché abbiamo saputo conservarla meglio, perché la legge di tutela in Italia fu inventata prima dell'Italia. In America Latina è una legge che ha vent'anni, in Grecia ne ha 120, in Inghilterra un secolo. Perché a Londra non c'è una città medioevale attorno a Westminster e a Firenze invece sì? Perché abbiamo ragionato meglio noi. E poiché è sui fattori di unicità che si attirano gli altri, questa nostra unicità va valorizzata, non appiattita». E qui, davanti a una platea di europeisti convinti, il professore che tanto piaceva alla sinistra ha un'uscita che neppure Umberto Bossi si concede più: «Voglio dire che se l'Europa ci chiede di uniformarci, noi non dobbiamo farlo. Perché l'Europa non è un'entità superiore, l'Europa siamo anche noi. Ecco perché lo Stato deve essere sempre presente, per proteggere il nostro patrimonio». Il ministro Urbani, che pensava di avere di fronte un avversario, s'accorge che l'uomo sedutogli di fianco è un lucido e prezioso alleato. Uno studioso che apprezza la politica del ministero; un esperto che ascolta con interesse la testimonianza di una nuova (credibilità dell'Italia nella ricerca (dice Urbani: «Anche i cinesi ci hanno chiamato per aiutarli a restaurare la Città proibita»). Dove Settis continua la sua battaglia è nel ruolo del ministero dei Beni culturali: «Non può occuparsi anche di cinema e di sport. Il ministro non può essere sviato dai problemi del campionato di calcio». E Urbani di rimando: «Quando andò in aula la legge per l'accor-pamento, durante la scorsa legislatura, io votai contro». Già, perché l'unico motivo di attrito fra i due grandi nemici è una legge voluta da WalterVeltroni. Il problema, per 500 futuri economisti, è capire se il denaro possa aiutare l'arte. Si parla di modello privato, ma senza mecenatismo non è ancora possibile creare musei privati in attivo. E talvolta il mondo dell'economia ha il difetto di entrare a piedi uniti nella cultura. Ammonisce Settis: «Dal 1660 la collezione di armi di sua maestà - britannica stava alla Torre di Londra. Nel 1992, sotto la pressione di 'santoni'dell'economia il ministro dei Beni culturali inglese la cedette per venti milioni di sterline ai privatvi che costruirono un museo a Leeds con otto cinema e dei pub per valorizzarla. La previsione era di un milione di visitatori all'anno, in tre anni la società è andata in bancarotta e si è ridotta a organizzare mostre sull'agente 007 e sui dinosauri. Qualità significa soprattutto identità». Verissimo, com'è vero che senza le aziende non esisterebbe oggi la possibilità di mantenere e preservare il patrimonio architettonico. E non solo quello. «Non vogliamo la Coca Cola sui nostri monumenti», tuona uno studente, il professor Severino Salvemini, moderatore dell'incontro, chiede la parola: «Per la verità, sui tubi Innocenti per rifare la facciata della nostra università, proprio la Coca Cola ci ha chiesto di installare un cartellone pubblicitario a pagamento». Così a naso, ai vertici dell'ateneo non sembra una cattiva idea.
Settis a sorpresa con Urbani: "Lo sponsor non è il diavolo"
Il professore Salvatore Settis ha scritto un pamphlet intitolato "Italia spa, assalto al patrimonio culturale" in cui sostiene che il governo italiano sta per vendere il Colosseo e la fontana di Trevi. Il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, ha risposto con un libro intitolato "Il tesoro degli italiani". I due hanno incontrato gli studenti di gestione aziendale dell'università Bocconi di Milano per discutere della valorizzazione del patrimonio culturale. Settis ha sostenuto che lo Stato deve proteggere il patrimonio culturale e che non può essere venduto. Urbani ha risposto che la legge di tutela è stata inventata prima dell'Italia e che il patrimonio culturale è un bene comune.
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