Aidone. Il museo è piccolo, una ex chiesa sconsacrata con annesso convento: fervono i lavori, nella speranza che per il 17, giorno della grande inaugurazione, siano conclusi. Non c'è un posteggio vicino sufficiente per i bus ed i visitatori. Scomoda la strada per arrivarci: è interrotto da tempo lo svincolo dalla Palermo - Catania e la Regione ha stanziato due milioni di euro per superare i problemi di competenza tra gli enti locali. Ma questa è la nuova casa del reperto antico che un museo ha pagato più caro al mondo, 18 milioni di dollari dal Getty nel remoto 1988, 20 milioni di euro oggi, alto due metri e 20 centimetri, da sempre chiamato la «Venere di Morgantina», ma che forse tale non è: Persefone, o Demetra, la dea del luogo. Un pezzo così fragile, che poteva essere rimontato un'unica volta: Jerry Podany, il responsabile dei restauri del museo, l'ha collocata su una base antisismica. E qui, la «Venere non Venere» ha raggiunto i 15 argenti dorati restituiti dal Metropolitan di New York (un insieme dei più belli al mondo nel genere, comprato per tre milioni di dollari nel 1998), e i due enigmatici acroliti arcaici del VI sec a.C., che appartenevano a Maurice Tempelsman il «re dei diamanti» ed ultimo compagno di Jacqueline vedova Kennedy ed Onassis. Il tutto, portato via clandestinamente dall'Italia, dopo scavi di frodo nella città di Morgantina, in provincia di Enna, 10 mila anime, l'Agorà più estesa del mondo greco, rasa al suolo dai romani nel 211 a.C. Sono tra i massimi capolavori della «grande razzia», che dal 1970 ha privato l'Italia di almeno un milione d'antichità. In contemporanea con l'inaugurazione, viene presentato a Morgantina, dall'Università della Virginia che vi scava, il libro di due reporter del Los Angeles Times, Jason Felch e Ralph Frammolino, che hanno svolto una lunga inchiesta sul fenomeno: rivelano come il Getty abbia saputo subito della più che dubbia origine della «Venere», e che a far decidere per il ritorno siano state anche venti foto della statua in frammenti, ancora sporca di terriccio, scavata da poco, che il supposto proprietario svizzero mostra nel 2006 ai legali del museo e poi alla «curator» Marion True. Ne discutevano, l'altro giorno, davanti alla statua, tre distinti signori, che stavano facendo festa: gli ex Pm Paolo Giorgio Ferri e Silvio Raffiotta, ed il viceavvocato generale dello Stato Maurizio Fiorilli, gli artefici del rientro in Italia di queste e altre opere. «Ha una stanza tutta per lei; certo, non è bella e visitata quanto quella del Getty: ma io sono felice che sia qui, ed è anche assai più morale che sia ritornata dagli Stati Uniti» dice Ferri, ora consulente al Ministero. Ha fruttato 400 mila dollari agli scavatori; un milione e mezzo al «trafficante», che si chiamava Orazio Di Simone; assai di più a Robin Symes, il massimo venditore al mondo, londinese, 28 depositi tra New York, la Svizzera, la Gran Bretagna, un valore di 160 milioni di euro secondo la giustizia inglese. Symes è ormai fallito, e i curatori non hanno troppa voglia di rispedire in Italia le sue antichità espatriate clandestinamente dal nostro Paese. E così, la «grande razzia» non finisce mai: i suoi oggetti restano ancora frutto di commercio alle aste e dagli antiquari. Questi reperti restituiti sono carichi di mistero. Quella che chiamiamo ancora «Venere» è sicuramente una dea; però, tutte le iconografie fanno propendere per Persefone, o per Demetra, «il cui culto era qui venerato, ed una cui statua Cicerone descrive davanti al santuario d i Enna nell'anno 70 a.C.», dice Antonio Giuliano, un famoso archeologo romano. Ed i due acroliti, forse Demetra e Kore, sorridono in modo enigmatico, senza emuli al mondo con cui raffrontarsi. Gli argenti, invece, erano stati sotterrati in una casa da tal Eupolemo, magari per difenderli da una battaglia in corso; proprio la scoperta di questo nome inciso su uno di loro è stata alla base dell'identificazione della provenienza ed è un merito di Malcolm Bell. che da anni scava qui, con una missione della sua università della Virginia. Così, ci sono americani che indagano e scoprono, e ce ne sono stati altri che invece hanno comperato spesso sapendo l'origine certo non cristallina dei reperti. Per la «Venere» s'accontentano di una fattura di uno svizzero, Renzo Canavesi: afferma di aver detenuto la statua in casa dal 1939, ma nemmeno i suoi parenti se ne ricordano né l'hanno mai vista. E quando è al Getty ancora solo in prestito, svelano i due reporter del Los Angeles Times, già molti, ai vertici del museo, avevano pochi dubbi sull'origine illegittima del reperto, «la più grande scultura classica in qualsiasi Paese, a parte Grecia e Gran Bretagna», diceva allora la «curator» Marion True, dimenticandosi (ma pazienza) dell'Italia e dell'Egitto. Per Robert Hecht, ora processato a Roma, il venditore nel 1972 del Cratere di Eufronio al Metropolitan, era «l'acquisto di maggior portata dopo il 1932». Ecco che cosa gli americani sono stati costretti a restituire; speriamo che la Sicilia sappia ora trasformare questi reperti in un altro tesoro, nella remota Aidone che pochi conoscono e dove scomodo arrivare: quello dei visitatori e del turismo culturale.