Anche dal recente volume di Roberto Cecchi (segretario generale del Ministero dei beni culturali) e Paolo Gasparoli (docente presso il Politecnico di Milano) «Prevenzione e manutenzione per i beni culturali edificati», si evince che la manutenzione senza prevenzione rischia di tradursi in tanti piccoli «ri-restauri» che, inavvertitamente, cambiano i connotati delle opere d'arte e degli edifici storici (che sono essi stessi opere d'arte, oltre che contenitori di opere d'arte, come è il caso delle chiese). E proprio per evitare questo rischio che i due autorevoli autori sollecitano a dare continuità sistematica a specifiche «attività ispettive» che tengano controllate le condizioni ambientali e antropiche nelle quali vivono le opere d'arte delle quali si voglia conservare la forma e la storia. La «premurosa cura» era pratica ordinaria negli anni nei quali le condizioni ambientali erano molto meno inquinate e inquinanti di quanto lo siano in questi anni. Non solo l'aria era più pulita, ma gli edifici (a cominciare dalle chiese) non erano riscaldati: quindi erano più adatti ad essere contenitori di opere d'arte. Fino agli inizi del '900, l'ordinaria manutenzione atteneva soprattutto il controllo delle coperture e dei pluviali, la sicurezza e l'efficienza delle porte e delle finestre e, in modo minore purtroppo, le pulizie. Tutte pratiche che, pur non riguardando direttamente le opere d'arte ma le possibili cause del loro degrado, hanno consentito la salvaguardia di gran parte del patrimonio edilizio. Ma la sistematicità continuativa di queste pratiche abbisogna (oltre che di nuove competenze maturabili da restauratori, geometri e architetti) di strutture e strumentazioni che possono essere acquisite soltanto per un congruo numero di edifici (da qui la proposta di Mnemosyne alle Province - cfr. Kermes78, pagg. 9-10 - di rendere disponibili le attrezzature delle quali nessun proprietario potrebbe dotarsi, come è il caso dei carrelli elevatori che renderebbero possibile ispezionare le coperture degli edifici storici senza la necessità di approntare le sempre onerose strutture di sicurezza). Oggi, la sistematicità dei controlli, oltre gli esiti dell'illuminazione e degli inquinanti, deve attenere soprattutto gli effetti dei riscaldamenti, quasi sempre inadeguati (a questo proposito, in www.istituto-mnemosyne.it si possono leggere le citazioni di «RiscaldaChiese»). Senza compiuti e pertinenti controlli preventivi, anche le discrasie di coibentazioni, illuminazioni, riscaldamenti, inquinamenti rischiano di non essere percepiti in modo compiuto e tempestivo. Con la conseguenza che la stessa manutenzione finisce (proprio come fa ogni «ri-restauro») per dedicarsi soltanto alla riparazione delle forme deteriorare dal degrado, anziché contribuire a prevenire quello stesso degrado rimuovendone (o almeno limitandone) le cause. Non è certo casuale che anche Cecchi e Gasparoli, dedichino particolari attenzioni alle «analisi analitiche» e ai processi diagnostici delle «condizioni di degrado». Se non saprà limitare le cause di degrado, la manutenzione si risolverà in tanti piccoli «ri-restauri», capaci soltanto - per le opere d'arte - di incrementare la progressiva «imbalsamazione»: la quale (nonostante le apparenze) non coincide con la effettiva ed efficace e duratura conservazione dei loro materiali costitutivi.