Il saggio di Nannipieri attacca il celebre archeologo che ama le norme e dimentica le persone. E spiega che l'arte è commestibile, ma a certe condizioni più "umanizzate". Settis no, Mario Resca sì. L'arte è meglio che rassomigli a un panino di McDonald's che a un paludato convegno. La pensa così Luca Nannipieri, autore di Salvatore Settis. La bellezza ingabbiata dallo Stato (Edizioni ETS, 2011, euro 8). Il volume, uscito ieri, inaugura la collana di saggi-pamphlet sui beni culturali, Patrimonium. «Anche se un giapponese arriva in Italia e vede un'opera d'arte con la stessa velocità con cui si mangerebbe un panino, non è detto che la sua esperienza sia minore di quella di uno che la studia da anni. Il confronto con la bellezza è personale», racconta al Riformista. Nannipieri, direttore e fondatore del Centro Studi Umanistici dell 'abbazia di San Savino presso l'omonima abbazia medioevale a Pisa, se la prende in particolare con l'ex direttore della Scuola Normale Superiore, in quanto esemplare rappresentante di una cultura novecentesca non ancora tramontata, che considera solo i grandi musei e i grandi nomi "con i titoli". Così, si dimenticano i monumenti e i musei minori, cioè il 90 dei beni culturali italiani, e le persone che sono i fruitori e i veri attori della loro sopravvivenza. Secondo il polemista, la conservazione del nostro patrimonio dipende spesso dall'attività volontaria di singoli, non necessariamente titolati, odi comunità locali, che lo fanno per amore o per tradizione. Cita un esempio: Loris Jacopo Bononi, farmacologo e scrittore ammirato da Pier Paolo Pasolini, che ha comprato e restaurato agli inizi degli anni Settanta un castello nella Lunigiana. Lo ha trasformato in un centro culturale, che ospita una raccolta di oltre 20.000 incunaboli e prime edizioni di autori italiani, tra cui la Divina Commedia. Per Nannipieri, «Le persone chiamano Settis come se fosse un re, quando sono loro che hanno da insegnare a lui come si fa conservazione e valorizzazione. Ma è Settis che fa notizia, il suo è uno status, un prestigio sociale che si basa sulla sua unicità». La strategia dello "star system" dei beni culturali è questa. Si continuano a fare conferenze fra nomi altisonanti, a cui assistono solo un numero sempre più esiguo di anziani, ignorate come sono dalle nuove generazioni, e che non portano a nessun risultato, anche perché non c'è nessuno che li contraddice. «lIo mi sono sempre annoiato a questi eventi», ci dice, «a Pisa ora ci sarà un convegno sull'educazione dell'arte e sono tutti sovrintendenti, o il direttore della Banca che mette i soldi. Le maestre, che svolgono un ruolo fondamentale, non sono neanche considerate. E infatti non ci sono.» L'autore difende l'aspetto umano, personale e soggettivo del rapporto con il "bello". Come si legge nel suo pamphlet: «Evidenza di senso e di significato non li producono tout court gli specialisti, ma tutte quelle persone, specialisti e non, che mettono in campo sacrificio e volontà affinché quel monumento non solo venga conservato ma sia vivo e centrale nella loro vita. Se si esclude l'Io, cioè l'esperienza della persona, un bene culturale rimane solo un insieme di sassi, una bandiera, tre piante curate, una cosa graziosa messa in un museo. Un bene culturale è vivo solo nel momento in cui lo incontri e quell'incontro aumenta il senso critico della tua vita, cioè quando, alla fine, la tua vita e la consapevolezza della tua vita ne sono arricchite, potenziate.» In questo senso, Nannipieri è assolutamente a favore del Padiglione Italia di Sgarbi, che ha promesso di portare un inedito quadro di Piero della Francesca alla Biennale veneziana. «Io raddoppierei», ci dice lo scrittore, «oltre a Piero della Francesca porterei un Beato Angelico. Invece di 2000 artisti ne porterei 4000, per far vedere che l'arte circola, che più si crea un cortocircuito, più ci si mette in discussione, tanto più è salutare.» La priorità per Nannipieri è dunque quella di riportare la cultura tra le persone magari con un ricambio generazionale -, così come di ridare importanza e prestigio al Mibac. «È un Ministero che non funziona, che non conta quasi nulla. Di Galan non si è ancora visto un pensiero. Per adesso fa benissimo a studiare la situazione, ben venga il suo silenzio, che spero sia proficuo.» E ritornando a Mario Resca, «Benissimo mettere una persona che rilegge la cultura con una visione da manager, creando nuovi posti di lavoro, nuovi introiti pubblici e privati. Sicuramente, se anche cambiasse il governo, riconfermerei questa figura». Cita quindi Matteo Renzi, il sindaco di Firenze: «Ben venga il suo modo di fustigare le sovrintendenze, che chiama le "vecchie zie". È un politico meno ingessato, magari presuntuoso, ma in modo positivo».