In un palazzo Doria, nel centro di Genova, riemerge una decorazione del grande pittore barocco che si credeva perduta È appena sbocciata la primavera del 1618 quando il giovane prete Bernardo Strozzi acquista una terra con vigna a Framura, nel Levante Ligure. Il notaio non va a stipulare l'atto in casa del pittore ma in quella del marchese Gio Stefano Doria, nella contrada di famiglia intorno a piazza San Matteo dove spiccano la chiesa gentilizia e i loro palazzi medievali e rinascimentali. E Cappuccino, così è soprannominato il pittore, in quel momento è sui ponteggi del palazzo di Doria, ad affrescare il soffitto di una sala d'angolo affacciata sull'atrio. Grazie alla quella compravendita, che ha poco da spartire con l'arte, oggi possiamo datare con buona precisione al 1618 lo straordinario ciclo di affreschi che la letteratura critica da anni dava per disperso e che oggi tutti possono rivedere. Distrutto, strappato, coperto? Irrimediabilmente danneggiato o abraso? Nulla di tutto ciò. L'affresco era semplicemente celato da decenni da una controsoffittatura, ma è ancora lì, ben visibile e godibile, nonostante le incurie degli anni, e grazie all'ultimo recupero seguito dalla Soprintendenza e voluto dalla Curia genovese, proprietaria dell'immobile. All'uno rosso di vico Falamonica, dove entro fine mese sarà aperto il Cambicaffè di Marcello Cambi che ha rilevato il marchio Vedova Romanengo per rilanciarne l'attività di confetteria, saranno in molti a ricordare le fitte tappezzerie all'inglese di Scotch Corner, che vestiva tutte le bambine della Genova bene. Il controsoffitto nascondeva il meglio: la strepitosa primizia ad affresco di Strozzi. Il Cappuccino vi dipinge la sola volta, perché la decorazione alle pareti è visibilmente di altra mano. Nessuna notizia d'archivio a farluce sulla sua paternità, e allora sta all'occhio dello storico dell'arte "connoisseur" il compito di indagare. Lo stile di scorci scenografici di paesi e architetture, ma soprattutto i putti allegorici dipinti -in monocromia nell'illusione di nicchie, conducono al nome di Lazzaro Tavarone. Allievo di Luca Cambiaso, è molto apprezzato dai Doria che lo assoldano per affreschi nella villa di Pegli, nel santuario di S. Francesco da Paola e nel palazzo di Ambrogio Doria, sull'attuale piazza De Ferrari. Ma la vera stella nascente in quel momento è Bernardo Strozzi Gio Stefano Doria, cugino di Gio Carlo, ossia del collezionista più illuminato e all'avanguardia che il Seicento genovese abbia avuto e che di Strozzi possiede tele strabilianti, lo sa bene e non vuole essere da meno. Intende essere à la page per quella delizia di stanza d'angolo al piano terreno, offerta come un biglietto da visita a chi entra nella sua casa. E lo Strozzi il pittore di genio: il suo estro desta meraviglia, il suo pennello corre veloce e bizzarro. E' un artista noncurante della diligenza richiesta dalla tecnica ad affresco, ma piuttosto è attento a miscelare il colore con accostamenti esuberanti. E a rendere quella naturalezza della figura che muove in uno spazio nuovo, dinamico e inquieto, dove l'uomo del secolo del Barocco si riconosce. Niente più simmetrie e spazi misurati dall'uomo leonardesco che è al centro dell'universo: in Strozzi c'è è mia misteriosa forza al di sopra di ciò che è terreno, inscrutabile e incommensurabile, ma che l'arte può e sa evocare. Come per gioco, per quel gusto del paradosso che tanto piace al Barocco incipiente, il Cappuccino dedica al Doria un affresco con il trionfo di David. E' una storia biblica, vero, che ben si addice a un prete pittore: Davide, prefigurazione di Cristo, è il pastorello divenuto re, a capo della tribù d'Israele. Ma è anche l'eroe capace di invertire la logica del prevedibile: è il giovane imberbe che uccide il leone, simbolo di coraggio e forza, e soprattutto domina e annienta il gigante Golia, il cui enorme capo viene portato in trionfo da Davide che entra in Israele trionfante, accompagnato dai canti e dai balli del suo popolo esultante. Ripensando a questa storia dipinta dal Cappuccino nel 1618, con intento celebrativo per il committente, fa rabbrividire la sua attualità: l'arte aiuta l'uomo a placare la sua secolare sete di trionfi e supremazie, con figure di eroi-icone capaci in eterno di personificare il trionfo del Bene sul Male.