Ahi, quale polivalenza della citazione. Saprà di sale, di sale marino, il pane altrui, quello abbondante e immeritato degli appaltatori di bagni e tintarelle. E quel pane e companatico, molto companatico, lo pagheremo noi, noi turisti, noi bagnanti, noi vagabondi, noi, infine cittadini contribuenti. Non è giusto. Siamo pazzi? Novantanni di concessione. In novantanni si riesce anche, e comodamente, a cementificare tre quarti dItalia. Chi volete che vada più a controllare? Non ci sarà polizia, finanza o guardia costiera che tengano. "Vit o mar quantè bell" abbiamo cantato tutti. Ma adesso un governo che, evidentemente essendo agli ultimi spasimi, non sa più a danno di chi menare i suoi colpi a vanvera, pretende che il coro sia arruolato solo tra gli appaltatori privati di stabilimenti balneari ed esercizi commerciali che erigeranno unennesima cinta inespugnabile sui nostri ottomila chilometri di coste. Non sono contrario allo stabilimento balneare, anzi mi piace e mi è sempre piaciuto quel clima da accampamento provvisorio, lo charme stagionale che si sapeva avrebbe visto chiudersi ombrelloni e cabine, rasare la sabbia, ripulire gli scogli e concederci gite invernali da vitelloni fuori stagione. Ma la spiaggia deve restare di tutti, il mare deve essere raggiungibile come una consolazione collettiva. È impensabile un recinto di cemento lungo quanto è lunga lItalia metastatizzato sullillusione del mercato. A parte lintrinseca bruttezza, somiglia troppo a una frontiera. LEuropa, vigilando, pare che si sia già allarmata, avvertendo lItalia che, oltre allo sfregio ambientale implicitamente connesso a questa sciagurata decisione, esiste unipotesi di scorrettezza di mercato in evidente collisione con le leggi comunitarie. Speriamo che almeno gli estranei riescano a cogliere il fascino irrinunciabile delle coste italiane. Una volta sulle nostre rive pugliesi era un bel fiorire di sciale. Come tutti sanno, almeno tutti quelli che hanno la mia età, le sciale erano delle casucce, delle baracche appena appoggiate sul limitare della spiaggia, quello spazio salmastro e indistinto che univa la riva del mare alla strada. Si capiva che erano costruzioni effimere, provvisorie, non offendevano le onde con il cemento, non assediavano le risacche, non inquinavano lacqua marina. Era quelleffimero, quel provvisorio a incantarci, quellidea del transito fugace dei vagabondi viaggiatori che eravamo. I gestori, spesso, erano pescatori che, esausti dalle corvée notturne, inclinavano allapprodo riposante, incaricavano le mogli della fatica di un rustico menu e, senza darsi le arie di grandi ristoratori, fornivano un servizio umile, affascinante, prezioso. E i viaggiatori si sapevano saziare di cozze vivaci e provolone, di ozio, olive e vino schietto, magari dopo un meraviglioso bagno in unacqua perfetta. Se ne usciva ansanti, affamati e felici. Il servizio ai pochi tavoli non prevedeva che carta da pescheria, posate raccogliticce e bicchieri spaiati con la caraffa di terracotta. Il padrone della sciala poteva solo sognare una concessione di novanta anni. Anzi credo che neanche se la sognasse. Avrebbe tradito il suo patto con il mare e sarebbe finito il suo gioioso tramestio coi girovaghi e saggi turisti incantati che siamo stati prima delle isole dei famosi e dei legislatori incoscienti. Che il Dio degli oceani le affondi.