Si sa che a «Libero» il meticciato non piace. Tantomeno gradisce i «corpi estranei», specie in tempi di migranti africani. Ma l'appello (lanciato da Sergio De Benedetti il 5 maggio) a rimuovere dalla chiesa medievale dell'Abbazia di Casamari (Frosinone) il «corpo estraneo» rappresentato dal ciborio barocco donato da papa Albani nel 1711 sembra un po' troppo perfino per il giornale di Feltri e Belpietro. Questa sorta di pulizia etnica dello stile ci riporta a infelicissime stagioni che in nome di un deteriore purismo storico (e in realtà animate da un estetismo antistorico) hanno devastato il nostro patrimonio monumentale distruggendo le «superfetazioni» rinascimentali, barocche o neoclassiche con il miraggio di «recuperare» la purezza delle forme medievali. Anche gli architetti più talebani hanno ormai abbandonato simili fantasie da decenni, ed è istruttivo che un'idea del genere torni fuori proprio ora e proprio su «Libero». Intanto piacerebbe sapere quale sarebbe la fine del ciborio (si potrebbe adattarlo al Mausoleo di Arcore?), e dove si fermerebbe la debarocchizzazione di Casamari (che ne facciamo della statua di Pio VI di Giuseppe Sammartino? E del pavimento con le api dei Barberini?). Ma soprattutto inquieta la prospettiva culturale: la paura della complessità storica, l'incapacità di capire che l'Italia non è un ordinato manuale di storia dell'arte, ma un palinsesto in cui la stratificazione contraddittoria delle varie eredità storiche è insieme rappresentazione e ispirazione della pacifica convivenza delle nostre mille diversità. Del resto, la politica culturale del governo Berlusconi prevede di mettere a reddito il patrimonio storico e artistico usandolo come se fosse una gigantesca Disneyland. E, come si sa, la complessità è difficile da vendere. Ma se si comincia a distruggere il tessuto storico del Paese in nome di una certa idea di purezza non ci aspettano bei tempi: in Italia la storia dell'arte è sempre stata un termometro sensibilissimo. Tomaso Montanari