No, non dirò se il quadro stampato sulla copertina dell'ultimo numero dell'«Espresso» è di Raffaello oppure no. Non lo dirò perché non lo so: non ho letto l'ancora inedito articolo di Roberto De Feo che lo propone, non ho visto il quadro in originale, non l'ho messo a confronto con quello di Pitti. Nessun membro della comunità scientifica lo ha ancora fatto. Sull'«Espresso» si dice che i (serissimi) colleghi Gianfranco Fiaccadori e Giovanna Perini hanno trovato interessanti gli argomenti di De Feo: se è vero, è un buon segno. Ma vi si dice anche che Salvatore Settis avrebbe letto l'articolo e lo avrebbe apprezzato al punto da presentarlo alle riviste dell'Accademia dei Lincei, mentre io so (dalla sua viva voce) che Settis ha letto per la prima volta quel dattiloscritto solo stamattina! Come storico dell'arte non posso che essere felice se i media sono interessati alla mia disciplina: in Italia abbiamo bisogno di più storia dell'arte, e di una storia dell'arte capace di parlare a tutti. Il rapporto è utile e fecondo se la storia dell'arte (come le altre scienze storiche) riesce a portare nella comunicazione di massa valori desueti come il rispetto della complessità, la necessità dello studio, la valutazione obiettiva dei documenti storici, la capacità di leggere lo stile e di giudicare la qualità delle singole opere. Ma quel rapporto diventa un boomerang se invece sono i problemi della storia dell'arte ad essere trattati come in un 'dibattito' a Porta a Porta o in un reality show. Ed è precisamente quello che è successo questa volta: siccome è arrivato il «vero Raffaello», quello di Palazzo Pitti è stato 'nominato' (sì, proprio come all'Isola dei Famosi, o al Grande Fratello) e deve uscire dal museo e dalla storia dell'arte, cacciato con ignominia perché è un «falso», una «contraffazione», addirittura una «patacca» (così Tommaso Cerno sull'«Espresso»). Perfino Alessandro Cecchi, il direttore della Galleria Palatina, si è fatto trascinare dal clima da stadio, ed ha risposto per le rime dicharando al «Corriere Fiorentino» che egli nega «in maniera assoluta» una teoria che non ha ancora letto, e che «non ci sono dubbi» sul fatto che il quadro che egli custodisce sia l'unico originale. Ora, i musei non custodiscono dogmi: custodiscono oggetti meravigliosi, ma concretissimi, sulla cui vera identità storica i dubbi sono all'ordine del giorno. Anzi, quei dubbi (fecondamente rinnovati di generazione in generazione) sono l'essenza stessa della storia dell'arte come disciplina scientifica. Nel caso specifico, moltissimi illustri studiosi lungo vari secoli hanno espresso dei dubbi sulla totale autografia raffaellesca del quadro di Pitti, e per la sua esecuzione sono stati fatti i nomi di alcuni collaboratori e allievi dell'Urbinate come Giulio Romano, Giovan Francesco Penni o Giovanni da Udine. Dunque, dov'è lo scandalo, e dov'è la novità? Nessun falso (che è un'altra cosa), e nessuna patacca (il livello è comunque altissimo): ma nessuna intoccabilità. Dall'altro lato, De Feo propone che la tavola in collezione privata che egli pubblica sia da identificare con un'opera oggi scomparsa, ma dal passato illustre e creduta per secoli un autografo raffaellesco: bisognerà vedere se i suoi argomenti sono solidi e se le sue ipotesi sono sensate. Ma, se anche avesse ragione, non si tratterebbe di uno «scoop» (né, tantomeno, della soluzione di un «giallo») ma di una tipica, normale, ordinaria proposta di ritessitura storica che in nessun caso sburgiaderebbe qualcuno: è solo il pane quotidiano di una disciplina fatta di continue riscoperte e di continui oblii. So che qualcuno penserà che questa attitudine laica, serenamente aperta ai dubbi e amante dei dati di fatto e della capacità di distinguere sia terribilmente noiosa. Io sono convinto del contrario: nella società del Grande Fratello ad essere noiosi sono le ossa di Monna Lisa, i pretesi Caravaggio, i finti Michelangeli e i falsi gialli raffaelleschi. Se vogliamo un brivido anticonformista e un potente antidoto contro la superficialità e la cialtronaggine abbiamo bisogno di coltivare i dubbi, di leggere i testi prima di giudicarli, di guardare attentamente i quadri e perfino di studiare. Rivoluzionario, no? Tomaso Montanari
Se anche il museo finisce "nominato" come in un reality
Il testo è un articolo di Tomaso Montanari, storico dell'arte, in cui discute la copertina dell'ultimo numero dell'Espresso che mostra un quadro attribuito a Raffaello. Montanari sostiene che non è possibile determinare se il quadro sia autentico o no senza una valutazione obiettiva e che la comunità scientifica non ha ancora espresso un'opinione univoca. Il testo è un appello alla serietà e alla capacità di distinguere nella discussione sulla storia dell'arte. Montanari critica la reazione dei media e dei musei, che hanno definito il quadro come un falso o una contraffazione senza averlo visto o letto l'articolo di Roberto De Feo.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo