«Se io dico "arte", lei a cosa pensa?». Sarebbe istruttivo rivolgere questa domanda ai passanti, in una qualunque piazza italiana. Non so davvero quali sarebbero le associazioni più gettonate, ma posso scommettere che parole come «cittadinanza», «impegno civile», «civiltà» o «politica» non sarebbero in cima alla lista. Se pensiamo all'arte figurativa, ci immaginiamo in un confortevole e isolante buio postmoderno, soli di fronte a un quadro potentemente illuminato: sogniamo di evasione, distrazione, leggerezza. Per secoli, tuttavia, è stato esattamente il contrario. L'arte era una serissima questione pubblica: anzi, un affare di Stato. Edifici, statue e affreschi investivano la vita civile, ne rappresentavano e alimentavano le tensioni, le scelte e le fratture. Quanto, e anche più, delle parole, erano le figure ad innervare la comunità: e i luoghi dell'arte erano in primo luogo la strada, la piazza, la chiesa e i palazzi pubblici. Sembra, dunque, che arrivi dal cuore stesso della nostra storia la notizia che a Borgetto (in provincia di Palermo) è stato appena inaugurato un murale che ha per tema la lotta alla Mafia e per protagonisti alcuni dei suoi martiri. Il progetto è stato promosso dall'assessorato alla cultura di quel comune ed ha ricevuto un finanziamento dal Ministero della Gioventù (a parziale riscatto di questa demenziale istituzione). Nell'ultimo tratto dell'opera (lunga più di trenta metri) i sei giovani artisti locali hanno fatto lavorare i ragazzi delle scuole medie. Il risultato è tutt'altro che spregevole, anche se ciò che qui conta davvero non è la qualità, ma la funzione civile, la commissione pubblica e il potere educativo di questi novanta metri quadrati di pittura. Per strano che possa sembrare, la via per recupare il senso del patrimonio artistico che abbiamo ereditato passa anche dal Muro della legalità di Borgetto.