II ricercatore Roberto De Feo: «La versione a Firenze è su legno di rovere l'altra, migliore, che ho visto a Ferrara su pioppo. Proprio il materiale preferito dal maestro» Se fosse vero farebbe tremare molte poltrone. Se fosse vero imbarazzerebbe il gotha dell'arte mondiale e non solo fiorentina. Se fosse vero sarebbe la ricostruzione di uno dei falsi più clamorosi della storia. Se fosse vero che la Visione di Ezechiele, custodita in una teca superprotetta nella Galleria Palatina di Firenze, non è di Raffaello Sanzio, ma solo una copia di un originale custodito nella collezione privata di un anonimo appassionato d'arte che vive nel ferrarese, ebbene la scoperta di Roberto De Feo dovrebbe mandare al macero decine di libri, saggi, tesi di laurea e cataloghi dedicati al maestro di Urbino. La notizia del giallo e della storia investigativa condotta dal 2008 a oggi da De Feo, appassionato d'arte che insegna a Udine da precario, è nel servizio di punta di cultura pubblicato dall'Espresso di oggi e riprende un piccolo saggio poco più di sessanta pagine scritto dallo stesso Feo, già discusso e studiato dall'Accademia di Raffaello a Urbino, e sottoposto ad approvazione finale all'Accademia dei Lincei dove verrà presentato da Salvatore Settis. Manca il crisma dell'ufficialità, certo, ma la vicenda è appassionante perché chiama in causa, da un lato, la passione spasmodica per le sfumature di colore, i segni e anche le incertezze dell'artista di Urbino di un singolo e, dall'altro, le cautele e le resistenze dell'Accademia davanti a ipotesi che mettono in discussione le attribuzioni ufficiali. A maggior ragione di capolavori assoluti come questa Visione di Ezechiele che oggi vale qualcosa come 40 milioni di euro. Il quadro riproduce la visione di Cristo da parte dei quattro evangelisti così come la racconta il profeta Ezechiele: un Cristo che ricorda più un personaggio del mito classico, è circondata da quattro figure, un uomo, un bue, un leone, un'aquila. Un olio su tela sta scritto genericamente nei cataloghi, un dettaglio da tenere a mente per chi si appassionerà alla lettura di questa storia. Storia che ha inizio nel 2008, quando il ricercatore di stanza a Udine viene contattato, tramite intermediario, da uno sconosciuto collezionista di Ferrara, o del ferrarese (le indicazioni sono vaghe come è ovvio che sia data la delicatezza del pezzo che terrebbe in custodia ndr.) e gli vien detto che tra i quadri della collezione ce n'è uno identico a quello conservato a Palazzo Pitti. La curiosità lo divora e parte alla volta di Ferrara. E qui lo aspetta quello che lui definisce un «capolavoro». Archiviata la sua prima vera esperienza con la sindrome di Stendhal lo studioso si sposta a Firenze e qui s'imbatte con qualcosa che non ha «niente a che vedere con quello che avevo ritrovato: i colori la grazie, la luce». A questo punto inizia la ricerca più analitica e più approfondita e De Feo scopre il primo particolare che lo mette in allarme. «La versione custodita a Palazzo Pitti racconta lui è in legno di rovere. Quella di Ferrara è in pioppo. E Raffaello dipingeva solo su pioppo». Senza esitare torna a Ferrara riprende la sua ricerca sul presunto originale e qui vi ravvisa (con un esame ai raggi X) la firma di Raffaello, un SRV, che sta per Sanctus Raphael Urbinas. Le indagini si spostano, a questo punto, sulla storia dei documenti che attestano l'autenticità del quadro, una specie di sigillo di garanzia: e la prima incongruenza a detta di De Feo la si riscontra nel materiale che a Palazzo Pitti viene stampato a corredo della grande mostra su Raffaello organizzata a Firenze nel 1983 per i 500 anni dalla nascita del pittore. In quel catalogo non vengono pubblicate le radiografie della Visione di Ezechiele «perché sostiene lo studioso quei documenti mostravano che nel quadro di Palazzo Pitti non ci sarebbe traccia di ritocchi, i cosiddetti pentimenti dell'artista che nell'atto creativo sono cose normali» mentre non sono giustificabili in una riproduzione. A questo punto il ricercatore va alla ricerca degli ultimi pezzi del puzzle e inizia un viaggio che è lo stesso che il quadro di Raffaello avrebbe compiuto da quando è stato realizzato, passando di mano in mano, sino ad arrivare alla sua ultima sede. La storiografia ufficiale dice che dopo esser stato di proprietà della famiglia degli Hercolani a Bologna il capolavoro sarebbe passato a Francesco I dei Medici. Ma De Feo non è convinto che sia questo il percorso. A Bologna, parlando con gli eredi dei conti Hercolani, avrebbe scoperto che il dipinto sarebbe passato dalla Francia, e che da qui sarebbe approdato in Inghilterra, dove, la National Gallery di Londra avrebbe già sconfessato gli Uffizi dichiarando falso un altro quadro di Raffello, il Ritratto di Giulio II. Da qui sarebbe poi passato di mano in mano sino all'ignoto collezionista ferrarese. Un giallo, insomma, ancora tutto da scrivere. La replica Cecchi non ci sta: «Il nostro è vero E io ho le prove». Understatement e curiosità: Alessandro Cecchi, direttore della Galleria Palatina, alterna i due stati d'animo nel rispondere a chi gli chiede cosa ne pensa della storia della falsa Visione di Ezechiele. Anche se il punto di partenza che lui dà per scontato è il seguente. «Sul fatto che a palazzo Pitti si abbia l'originale non ci sono dubbi. Sono curioso di leggere quanto scriverà domani (oggi ndr.) L'Espresso, ma normalmente questi dibattiti sulle attribuzioni, noi studiosi le facciamo su pubblicazioni scientifiche.). Prima steccata al De Feo a cui seguo le altre. «Intanto non ero al corrente che questo signore, che non conosco aggiunge, stesse conducendo uno studio su un nostro quadro e poi mi sento di negare in maniera assoluta la sua teoria. Quel quadro è l'originale per varie ragioni. Intanto perché si tratta di un pezzo di qualità altissima, poi perché sappiamo che è stato regalato dagli Ercolani a Francesco I. Infine, se non bastasse, la sua presenza è attestata nella tribuna degli Uffizi sin dal 1589. C'è un catalogo della mostra di Raffaello qui a Firenze che ricostruisce la storia di questo straordinario dipinto». Lo stesso catalogo che De Feo usa per scardinare l'attribuzione. C.D.