Antonia Pasqua Recchia è la funzionaria che ha istruito la pratica con cui, pochi giorni fa, a Vittorio Sgarbi è stata sbarrata la strada a una nuova nomina alla soprintendenza di Venezia. E lei che si è presa della «funzionaria traditrice» dal critico. Ieri, sola contro il mondo e una claque di amici, ha dovuto fronteggiare e arginare (impossibile) per oltre tre ore Sgarbi. Prende la parola per prima e si capisce che per lei non sarà una mattinata semplice. «Siamo nel dominio dell'eccezionalità. Andranno in mostra migliaia di opere da musei pubblici e collezioni private. Sgarbi ha materiale per venti Biennali, non per una! Se pure certe cose mi hanno fatto un po' soffrire sono servite ad alzare l'attenzione sull'evento». Non serve aggiungere altro per capire quanto le pesi essere lì, senza ministro, senza rete. E quando in sala esplode la polemica, prima le tocca difendere Sgarbi - «Lasciatelo parlare, le domande alla fine!», - poi a polemizzare senza foga con lui sui soldi: «Il ministero aveva stanziato 250mila euro. A questi si sono aggiunti finanziamenti per la somma totale di 1 milione di euro. E poco per una mostra che costa 4? Credo sia tanto considerato il bilancio dello Stato, il bilancio del ministero. Quelli stanziati però sono soldi veri! E anche per il curatore c'è un compenso, 50mila euro. Gli ultimi due curatori, Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli avevano avuto 20mila euro a testa. E l'ultimo Padiglione Italia, per Architettura, aveva potuto contare su un finanziamento di 550mila euro. Perciò...». Ma la funzionaria dello Stato che, confessa, non avrebbe potuto tollerare «accuse al ministro che ha fortemente voluto questa Biennale o alle istituzioni», durante la conferenza stampa è costretta a sentire di tutto, perfino Sgarbi parlare della vita sessuale sua, del premier e di Giorgio Albertazzi e finire l'incontro rispondendo al telefono con una platea decimata dalle lungaggini. «Stiamo vincendo tutti», abbozza la Recchia. Chissà se lo penserà ancora il giorno dell'inaugurazione.