"Così ho scoperto il giallo della venere" Lo squarcio aperto dal primo tombarolo "pentito" sul tesoro degli argenti, la pista che portava al Metropolitan Museum di New York e la svolta col processo del 2005. "Ora nessuna istituzione straniera acquisterà reperti di provenienza dubbia" Indagini silenziose, che non fanno clamore, e che scavano su una faccia diversa della criminalità organizzata: si chiama furto di opere darte. Parla di questo il libro "Caccia ai tesori di Morgantina"(Editopera 2010) di Silvio Raffiotta, magistrato,63 anni, in pensione, nativo di Aidone, che nella sua attività ha lavorato sulla tutela dei beni culturali, Prima il sequestro della diga Pietrarossa in via di completamento su un sito archeologico romano, successivamente, tra l89 e il 99, le indagini che hanno portato alla scoperta del furto e dellesportazione illegale allestero di capolavori darte greca trafugati da Morgantina. Come sono cominciate le indagini? «Con larresto nel marzo 89 della banda di tombaroli che operava a Morgantina, capeggiata da Giuseppe Mascara di Aidone che divenne il primo "pentito" dellarcheologia illegale, indicando due gruppi di reperti: il tesoro di argento di sedici pezzi di fine oreficeria ellenistica, acquistati nel 1980-1981 dal Metropolitan Museum di New York, tramite il mediatore internazionale Robert Hecht e di due teste arcaiche in marmo, corredate da mani e piedi, acquistate nel 1980, tramite il commerciante inglese Robin Symes, da Maurice Tempelsman, il "re dei diamanti" noto anche come ultimo compagno di Jaqueline Kennedy. Il pentimento del Mascara, con la messa sotto accusa del più potente museo del mondo, come il Met, provocò, come "effetto domino" il pentimento dellex direttore dello stesso museo, Thomas Hoving, il quale rivelò che anche il Paul Getty Museum di Malibù era coinvolto negli acquisti "spericolati" di reperti archeologici, tanto è vero che aveva di recente acquistato una colossale statua in pietra e marmo proveniente da scavi clandestini a Morgantina. I grandi collezionisti americani guardavano con molta attenzione agli scavi clandestini nel nostro Paese, nonostante la Convenzione internazionale di Parigi impegnava gli Stati aderenti, compresi gli Usa, a non consentire quel traffico». Come la presero i musei americani a sentirsi sotto accusa? «Quando cadde il velo della loro rispettabilità ed inattaccabilità, la presero ovviamente male e reagirono, sostenendo che avevano sempre agito in buona fede, facendosi rilasciare dai commercianti attestazioni di legittima provenienza. Le nostre successive indagini li sbugiardarono, dimostrando la falsità di quelle certificazioni, che venivano tutte create in Svizzera con luso di persone prezzolate. Per la "Venere", per esempio, si servirono di un tal Renzo Canavesi, un modesto ed indebitato tabaccaio, che dichiarò di avere ricevuto la statua in eredità dal padre, che faceva lorologiaio». Ma come si spiega limprudenza dei musei americani? «I collezionisti americani hanno agito nel mercato dellarcheologia con la certezza dellimpunità, in quanto i loro appoggi, anche in Italia, erano tali, che nessuno si sarebbe sognato di chiedere ragione dei loro acquisti. In parole povere, erano loro a dettare legge e noi subivamo senza fiatare. Però il loro giocattolo ad un certo punto si è rotto ed il primo sasso nello stagno è stato lanciato ad Enna nel 1989». Nelle sue indagini ha incontrato ostacoli o depistaggi? «Quando nel 1989 formulammo le rogatorie internazionali per la restituzione o, quantomeno, per accertamenti tecnici sui reperti, ci vennero respinte senza adeguata motivazione. Ci sono anche giunte allorecchio varie proteste diplomatiche degli Usa, mentre è certo che le nostre autorità governative di allora non supportarono a dovere le iniziative della magistratura. Infatti nel 99 il caso "Morgantina" veniva considerato chiuso sia in Italia, che in America, sebbene proprio quellanno si stava completando, con riscontri scientifici, il quadro probatorio della provenienza dei tre gruppi di reperti da Morgantina». Quando cè stata la svolta? «Nel 2005, quando un magistrato della Procura della Repubblica di Roma, Piergiorgio Ferri, ha mandato alla sbarra per associazione a delinquere finalizzata alla ricettazione di reperti archeologici tutti i personaggi già coinvolti nel "caso Morgantina" per vecchie e nuove ruberie, soprattutto in Etruria e in Puglia, oltre che in Sicilia.. Musei e collezionisti privati americani hanno gettato la spugna e restituito quanto indebitamente detenevano da trentanni. Ovviamente il processo romano è finito con la prescrizione». È cambiato qualcosa dopo quelle restituzioni? «Da oggi in poi nessun museo straniero si azzarderà ad acquistare un reperto senza nota e legittima provenienza. Sono anche crollati gli scavi clandestini, perché senza i musei stranieri che acquistano a caro prezzo non vale la pena scavare e rischiare la galera. La catena si è spezzata, ma bisogna stare allerta, perché potrebbero affacciarsi sul mercato collezionisti dellaltra parte del mondo». Ha scritto un libro per raccontare tutto questo? «Non potevo non scriverlo, perché la mia esperienza giudiziaria alla ricerca dei reperti rubati a Morgantina per farli tornare al luogo dorigine, ha qualcosa che assomiglia più al romanzo che ad unindagine penale. Ventanni fa nessuno avrebbe scommesso sulla restituzione, che, come poche volte nella storia, è in definitiva la vittoria del più debole contro il più forte, del diritto contro la forza, della scienza contro le leggi di mercato».
Il libro "Caccia ai tesori di Morgantina" del magistrato Silvio Rafiotta
Il libro "Caccia ai tesori di Morgantina" di Silvio Raffiotta racconta le indagini sulla furto di opere darte greca trafugate da Morgantina. Le indagini iniziarono con l'arresto nel 1989 di Giuseppe Mascara, capo di una banda di tombaroli, che divenne il primo "pentito" dellarcheologia illegale. Mascara indicò due gruppi di reperti: il tesoro di argento di sedici pezzi di fine oreficeria ellenistica acquistati dal Metropolitan Museum di New York, e due teste arcaiche in marmo acquistate da Maurice Tempelsman.
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