I resti di una grande cisterna termale di età romana, parte delle inestimabili ricchezze dei Campi flegrei, abbandonati e vandalizzati. I volontari si mobilitano, ma non basta. Istituzioni assenti Sulla sponda nord del lago Fusaro (il più grande tra i quattro bacini dei Campi flegrei) le "grotte dell'acqua" rappresentano i resti di una cisterna termale di età romana, le cui acque calde erano incanalate verso le residenze patrizie sul prospiciente promontorio: tali sorgenti, studiate dai proff. Marotta e Sica nel 1933 e classificate quattro anni dopo dalla direzione nazionale della sanità pubblica come acque salso-cloruro-sodiche (la stessa tipologia, per intenderci, di quelle di Ischia) sotto tutt'oggi attive con una temperatura costante di 38 . Nonostante tale sito sia parte integrante delle inestimabili ricchezze archeologiche del Napoletano, nonostante rientri nel patrimonio pubblico del comune di Bacoli, sotto la gestione del Centro Ittico Campano (società per il 99,3 a capitale pubblico) e dalla sovrintendenza ai Beni culturali di Napoli, da decenni l'intera zona versa nell'abbandono, con un struttura monumentale già in parte crollata e punteggi oramai ossidati e traballanti anch'essi, con erbacce selvatiche, escrementi, rifiuti di ogni tipo essendo l'area priva di recinzioni e quindi esposta ad atti di vandalismo. Ad interessarsi di tale vergognosa situazione, è stato il "Coordinamento delle Periferie" (un'organizzazione dei movimenti civici della zona) che il 20 dicembre di due anni fa effettuò una "pulizia simbolica" del posto per farne, «un amplificatore dei disagi che i cittadini vivono» e per denunciare l'assenza sul territorio e la mancanza di volontà da parte delle istituzioni di "riconvertire" l'utilizzo di questa zona non sfruttando le risorse offerte dalla natura e dal territorio ma saccheggiandolo ulteriormente». Negli ultimi due anni non sono mancati altre istanze ed iniziative anche da parte dei residenti o della stampa, come l'intervento nel novembre 2009 di AnnoZero che ha potuto riprendere dal vivo l'abbandono dei luoghi. Di recente, il sindaco Ermanno Schiano s'era dimostrato disposto ad intervenire con un tavolo tra soggetti istituzionali e possibili finanziatori, prendendo spunto da un progetto del luglio 2010 elaborato dall'assessorato ai Beni culturali che da circa nove mesi, tuttavia, è senza un titolare: «A quest'oggi è mancato un riscontro nei fatti», ci informano i residenti che, tramite la sopracitata associazione, hanno appena inviato una lettera a Stefano Gizzi (soprintendente ai beni archeologici), Giuseppe De Mita (assessore ai Beni culturali della Campania) ed al ministro Giancarlo Galan, con la quale chiedono con forza «di provvedere all'indizione degli appositi incontri e di mettere in campo tutti i mezzi a disposizione per il recupero strutturale di questo inestimabile patrimonio». Che senso ha, si chiedono i cittadini, parlare dei beni archeologici come volano di sviluppo locale, quando questi sono dimenticati? Che senso ha parlare di lavoro per i giovani costretti ancora ad emigrare, quando poi non si sfruttano opportunità di gestione (anche cooperativistica) per questi siti abbandonati? L'unico senso, risponde la gente sconfortata, è il solito velleitario e strumentale spot para-elettorale.