Il mare, quello vero e salato, dista appena cinquecento metri dal castello Ga' far, dal magnifico sollazzo che l' emiro kalbita volle costruire allo scadere del primo millennio, quando Aglabiti e Fatimiti avevano esaurito le energie in lotte intestine e anche l' ultima progenie musulmana dava i residui segni di vitalità. Ancora settant' anni e Palermo-Balàrm, la madinah, la capitale araba, sarebbe caduta sotto le mani dei normanni. Ma l' emiro kalbita Ga' far pensava al suo luogo di delizie, al castello circondato su tre lati dall' acqua, ai piedi della montagna. Che si chiamò Fawarah dal nome della sorgente, e successivamente Maredolce, per distinguere quel lago d' acqua sorgiva, tanto grande che sembrava un mare, dal mare vero e proprio. Per immaginare quanto fosse bello il posto bisogna recuperare le descrizioni degli antichi scrittori. Furono i poeti arabi a decantare la bellezza del posto e successivamente Romualdo Salernitano, al tempo di Ruggero II. È lui a dirci che il re normanno ordinò lavori di restauro, ampliamento e regolarizzazione della diga, al centro della quale c' era un' isoletta triangolare con due palme. Un castello, un sollazzo, annegato nel parcus vetus, nel vecchio parco, che chiudeva Palermo a est, mentre l' antica città vantava fuori porta a sud il Genoard, il paradiso della terra, altro parco che comprendeva i castelli di Cuba, Scibene e della Zisa, ritratto nella più antica immagine che conosciamo della città, tratta dal Liber ad honorem Augusti. Si favoleggia di riflessi dorati, di profumi inebrianti, di naumachie, cioè finte e innocue battaglie navali, inventate dagli scenografi di corte per allietare i re e la corte. Ha una storia lunga e travagliata il sollazzo regio. Nel 1328 il re aragonese Federico II lo affida ai cavalieri dell' Ordine Teutonico che lo trasformano in ospizio; poi a metà del Quattrocento è ceduto in enfiteusi alla famiglia Bologna che lo destina ad usi agricoli. Persa la funzione originaria, per il castello inizia la decadenza. È del 1777 la notizia che il lago, ormai ridotto a un pantano anche per l' esaurirsi della sorgente, è definitivamente prosciugato per far posto ad un agrumeto. La Soprintendenza borbonica ne riconosce l' importanza storica, ma non fa nulla per tutelarlo; lo studioso Goldschmidt, alla fine dell' Ottocento, esegue il rilievo, ipotizzando la configurazione originaria, ma il castello è già imbruttito da superfetazionie demolizioni. Pochi anni dopo, ai primi del Novecento, il palazzo risulta frazionatoe abitato da molte famigliee solo nel 1913 giunge il primo vincolo di salvaguardia. Nel dopoguerra altre costruzioni, proprio dav a n t i i l p r o s p e t t o , n e nascondono la visuale dalla strada principale. Allo scadere degli anni Sessanta l' architetto Silvana Braida si intrufola nell' area per compiere una ricognizione che sa tanto di impresa. Il castello è stato frazionato in tante parti, è abitato da diverse famiglie e bisogna farsi largo fra panni stesi, allevamenti di galline e auto posteggiate fin sotto i muri. L' architetto è davvero temerario: si saprà molto tempo dopo, grazie ad un collaboratore di giustizia, che il luogo è off-limits, è sede di summit di mafia. D' altronde, perché stupirsi? In un lembo dell' ex bacino idrico il futuro pentito di mafia Totuccio Contorno ci costruisce la sua villa e a duecento metri da lì , sul cavalcavia Giafar, vince un duello da brivido con il superkiller Pino Greco "Scarpuzzedda" che lo vuol far fuori a colpi di 38 special. Bisogna aspettare le denunce di Legambiente e di un pugno di architetti perché qualcosa si muova. A Palermo, nell' 85, un convegno con tanti bei studiosi dell' arte normanna, organizzato da Raffaele Savarese, fa il punto della situazione. La Soprintendenza è stimolata, i tecnici parlano di progetti, acquisizioni, ma sembra una strada difficile da percorrere, il degrado è tangibile e sembra inarrestabile . Sembra un libro dei sogni, e invece nel ' 90 scatta la prima acquisizione al demanio regionale con la demolizione parziale delle aggiunte e la prima ristrutturazione. L' idea è quella di creare un grande parco che comprenda anche la chiesa di San Ciro, ai piedi di Monte Grifone, le grotte dei Giganti che ospitano il bacino paleontologico di grande importanza, le sorgenti con tre arcate, il castello di Maredolce, magari ripristinando il lago d' acqua dolce. Una follia? Macché, l' acqua da qualche settimana ha ripreso a fluire nel vecI chio bacino ricoperto da tracce di coccio pesto, l' antico intonaco idraulico. «Stiamo valutando la tenuta del bacino», dice l' architetto Matteo Scognamiglio, progettista e direttore dei lavori per conto della Soprintendenza ai Beni monumentali e ambientali . Gli ultimi lavori di restauro, per un importo di un milione e 883mila euro, sono ormai agli sgoccioli, i prospetti interamente recuperati, assieme a molti altri ambienti. «Mancano però altre acquisizioni al demanio - dice Scognamiglio - ci sono ancora terreni in mano ai privati». Quel che conta è che tre lunghi rivoli d' acqua fluiscono nel vecchio bacino e stanno restituendo anche l' immagine fiabesca di mille anni fa, tanto cara al paradiso coranico. L' acqua è simbolo di purezza. Francesco Virzì ogni giorno manovra le chiuse per far fluire l' acqua nel bacino ritrovato. Dev' essere un segno del destino: i suoi antenati avevano già a che fare con l' acqua, ma quella salata, gestori dei famosi bagni sul litorale di Romagnolo. Adesso lui comanda il flusso dell' acqua dolce nel bacino. «Ma sempre acqua è», dice orgoglioso. Si legge interesse e voglia di riscatto negli occhi dei ragazzi dell' istituto comprensivo Padre Pino Puglisi, mentre effettuanoi sopralluoghi in vista dell' adozione per Palermo apre le porte, dal 13 al 15 maggio, accompagnati dalle insegnanti Fratantonio, Lo Sciuto e Maniscalco e da Mimmo Ortolano, presidente dell' associazione Castello di Maredolce. Dopo le giornate del Fai, adesso per tre giorni è la volta degli studenticiceroni, a decantare le bellezze del castello e del lago ritrovato e a inaugurare il percorso di rinascita di Brancaccio.