I TAGLI che certamente per il 2011 e il 2012 colpiranno i comuni e le regioni italiane, e la spesa culturale di conseguenza, non sono transitori. Bisogna diffidare di chi lo nasconde. Eppure non si può rinunciare al sogno della cultura come diritto dei cittadini, quanto la scuola e la salute; come cifra dell' idea stessa di città, futuro, sviluppo. Come fare? La proposta è di allargare la sfera della sussidiarietà, sia dando maggiore ruolo nelle città alle realtà indipendenti, sia decentrando verso le città significative competenze statali, con la creazione di forti poli metropolitani nei beni culturali. L' affidamento ai Comuni della gestione dei musei statali aprirebbe in tutte le grandi città italiane la possibilità di ridisegnare i sistemi museali cittadini. Il superamento del Fus aprirebbe la strada a sistemi regionali integrati dello spettacolo. La stessa Rai dovrebbe aumentarei propri poli produttivi,e questo contribuirebbe alla pluralizzazione dei luoghi in cui si fa cinema ben più delle film commission. In generale, occorre sostituire un modello nel quale i cittadini finanziano il sistema culturale in modo indiretto, attraverso il sistema fiscale, con un modello nel quale, attraverso la deducibilità della spesa culturale e la defiscalizzazione della cultura, i cittadini sostengono in modo diretto e plurale la vita culturale, rendendola libera dall' autorità politica. È NECESSARIO un approccio globale alla cultura, il cultural planning, cioè la scelta di ispirare culturalmente tutte le scelte politiche, impegnando nel settore culturale una quota crescente delle risorse dedicate allo sviluppo economico. Per parte mia, metto poi una enfasi particolare sulla necessità di un serio impegno per ottimizzare il sistema culturale - spesso inefficiente - grazie a un management competente e autonomo, abituato alla competizione e alla misurazione dei risultati. Regioni, province e comuni devono definire un modello di contabilità analitica, un sistema permanente nazionale di misurazione delle prestazioni del lavoro culturale, in modo che esse siano comparabilie generino controllo dell' opinione pubblica, competizione, emulazione delle pratiche migliori. Occorre applicare le leggi che limitano e separano la sfera della decisione politica dalla sfera della gestione; promuovere una inchiesta nazionale per verificare l' applicazione della legge Bassanini negli enti locali; reclutare tutti i dirigenti e i tecnici a tempo determinato sulla base di selezioni pubbliche; raccogliere in modo aperto le candidature a tutte le nomine nelle società partecipate; creare presso l' Anci, l' Upi e la Conferenza delle Regioni uno spazio obbligatorio per la pubblicazione di tutte le selezioni. Avere cioè come obiettivo la creazione di un mercato vero del management pubblico. In altre parole, è necessario rinunciare all' uso della spesa culturale come strumento di creazione del consenso politico, comprendere quanto sia insufficiente la figura dell' assessore alla cultura che abbiamo conosciuto negli ultimi trent' anni, dispensatore di feste e contributi; dare qualità alle strutture tecniche; smetterla di trattare il sistema culturale come un insieme di soggetti "da accontentare". Insomma, bisogna credere nella capacità della cultura di trainare il futuro. Naturalmente una riforma di questa portata richiede nuove leggi e il Laboratorio Urbano (www. laboratoriourbano. info) in cui sono nate queste riflessioni ha proprio questo scopo.