La prima realtà ad unire l'Italia furono i confini, quindi le Alpi e il mare. Poi vennero gli italiani che bonificarono i luoghi, vi costruirono terrazzamenti, li disegnarono secondo necessità e un po' alla volta li trasformarono in giardini. Non c'è un angolo del nostro Paese che non conosca l'intervento dell'uomo. E quindi ogni luogo ci parla, è realtà e storia allo stesso tempo. Molto di più che una realtà estetica, molto diverso da un "panorama" dove prevale l'elemento natura. Ecco perché si festeggia l'Unità d'Italia, anche con un volume sui "Paesaggi rurali storici" curato da Mauro Agnoletti docente di agraria e di architettura, coordinatore del gruppo di lavoro sul paesaggio del ministero. Oltre 500 pagine, con splendide foto e numerose tabelle, edito da Laterza e voluto dal ministero dei Beni culturali, dal Fai e dall'Unesco, il volume individua i luoghi da conservare, regione per regione. E'il primo passo verso un catalogo nazionale, con lo scopo di unire storia e ambiente, vivibilità e capacità di produrre. Professor Agnoletti, cosa dobbiamo cercare nel paesaggio? «Una componente estetica, è chiaro, ma soprattutto una integrazione fra società e natura. Il paesaggio rivela una storia, quella dell'uomo per la sopravvivenza. E la nostra storia è unica, quindi unico è il nostro paesaggio». Se è così, cosa va conservato? «Va conservato quello che lo merita. La difficoltà del nostro lavoro è stata proprio individuare i criteri con i quali distinguere i luoghi da catalogare e se possibile da restaurare». Quali sono i criteri? «Il primo è la persistenza storica della cultura agricola. Ci sono i luoghi dove le culture sono le stesse da età preromanica. Poi la integrità dei luoghi, perché noi vogliamo paesaggi vivi, non musei. Infine la vulnerabilità, il rischio dell' abbandono». Ce lo possiamo permettere di bloccare, congelare altre parti del nostro territorio? «Lo dobbiamo fare, anche per motivi economici. Il valore aggiunto delle nostre produzioni è proprio nell'ambiente, nel paesaggio che lo produce. Il Chianti vale quello che vale per la qualità oggettiva dei suoi vini ma nello stesso tempo per i luoghi e la cultura dei luoghi dai quali proviene. Tutto questo è dimostrato ampiamente». Vuoi dire che si può fare cultura e marketing allo stesso tempo? «Certo, la conservazione e il restauro non sono necessariamente un costo per la collettività. Di sicuro, anche in agricoltura, non possiamo fare concorrenza ai costi con i quali produce la Tunisia». Cosa è cambiato nel paesaggio italiano dall'Unità ad oggi? «Abbiamo perso la ricchezza rappresentata dalle biodiversità. Il bosco e non c'è da stare allegri è aumentato, fino a tre volte rispetto al 1910. La rivoluzione che abbiamo subito è superiore a quella che potrebbe verificarsi se, davvero, si avesse l'aumento di quattro gradi delle temperature come temono i climatologi». A cosa servirà un catalogo nazionale dei paesaggi storici? «A sottolineare la nostra identità. A veicolare produzioni di alta qualità. A dare indicazioni al ministero perle politiche agricole». Ci sono altri esempi del genere nel mondo? «No, siamo i primi. E non a caso l'Unesco vuole saperne di più. Si sono accorti, anche altri Paesi, quale traino può essere per alcune produzioni agricole. Per questo ci vogliono copiare».
La nostra storia scritta nei paesaggi
Il volume "Paesaggi rurali storici" curato da Mauro Agnoletti, docente di agraria e architettura, individua i luoghi da conservare in Italia, regione per regione. Il volume, edito da Laterza, è stato voluto dal ministero dei Beni culturali, dal Fai e dall'Unesco. Il paesaggio rivela una storia, quella dell'uomo per la sopravvivenza, e la nostra storia è unica, quindi unico è il nostro paesaggio. I criteri per catalogare i luoghi sono la persistenza storica della cultura agricola, l'integrità dei luoghi e la vulnerabilità. Il valore aggiunto delle nostre produzioni è proprio nell'ambiente, nel paesaggio che lo produce.
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