Un immenso patrimonio culturale racchiuso in collezioni comunali e affidato a figure «improprie» Son dovuto tornare nella biblioteca comunale di Bitonto, nota per il numero e il pregio dei manoscritti e dei libri antichi che conserva, dove parecchi anni fa potetti utilizzare un rarissimo incunabolo napoletano per pubblicarne il testo. Vi ho trovato a custodirla una signora - non so con quali specifiche funzioni ufficiali - la quale in vero mi ha consentito, senza le difficoltà che m'immaginavo sentendo parlare dell'abbandono in cui giacerebbe la biblioteca, di consultare l'unico manoscritto esistente di una storia delle gesta di Ferdinando d'Aragona che fu pubblicata per la prima volta circa quarant'anni fa da un insigne studioso scomparso, che vi aveva lavorato durante l'ultima guerra. Ma di certa altra documentazione, che una biblioteca ha l'obbligo di conservare, neppure l'ombra. Ho saputo, al riguardo, che la pregevole istituzione culturale cittadina è priva di un direttore e di personale specializzato da molti anni, come avviene in quasi tutte le biblioteche comunali della nostra regione e mi sono posto quindi il problema di come potesse risolversi giornalmente, in una biblioteca di pregio, il difficile compito dell'incremento necessario a non farla diventare un «deposito» e soprattutto a promuoverla come centro di studio, di riscoperta e valorizzazione del patrimonio librario, quale dovrebbe essere modernamente, ma come lo è stato in effetti per secoli con vecchi e talora prestigiosi bibliotecari. Mi sono chiesto se in queste condizioni possa avvenire in maniera utile la richiesta e la tesorizzazione dei fondi destinati alle biblioteche pubbliche (ne esistono, pur rari, perfino da parte europea), senza limitarsi alle donazioni consistenti nelle patacche spesso pubblicate dagli enti locali. Chi ha vissuto l'illusoria riforma dell'Università degli ultimi anni, fatta di velleitarie innovazioni formali, proclami etici e blocchi finanziari, sa che nel campo umanistico, più per la buona volontà del mondo accademico che per l'effettivo, confusionario, indirizzo ministeriale, si è sviluppato il settore dei «Beni culturali» per venire incontro alle esigenze di un'area quale quella delle biblioteche e dei musei, assolutamente sguarnita di personale specializzato. Perfino le stesse biblioteche universitarie funzionano spesso con personale che talora impara gli elementi base del mestiere esercitandolo - che è la caricatura di un ideale pedagogico non più valido nemmeno in bottega. Una volta il bibliotecario veniva fuori dalla facoltà di Lettere e Filosofia con una preparazione di base perfetta per una professione del genere, ma le amministrazioni degli enti locali - come del resto il ministero preposto - hanno sempre tenuto basso e insufficiente il numero delle assunzioni in questo settore con concorsi rari e difficilissimi, e con qualche immissione selvaggia di precari. II paradosso è che, sorto alcuni anni fa un corso di laurea specifico per provvedere a questa carenza, con un numero faticosamente ripiegato di sofisticate specializzazioni didattiche, la categoria degli esperti nel settore librario è cresciuta enormemente, ma credo appena in misura sufficiente a far funzionare in modo civile, degno di un Paese dalle grandi tradizioni culturali, le biblioteche italiane, mentre un gran numero di biblioteche periferiche, anche del calibro di quella da cui sono partito per queste annotazioni, giacciono nell'oscurità per l'incuria delle amministrazioni, le quali alimentano un minuscolo precariato, approssimativamente adatto ad una funzione che non può ridursi a quella riduttiva di distribuire, pur se cortesemente, i libri a chi li richiede. L'inefficienza governativa, che sfoga l'incompetenza con la sicumera di riforme cartacee, si manifesta ancora una volta nell'incapacità di armonizzare l'ordinamento universitario con il mondo del lavoro. Un difetto atavico, questo, che il piccolo mondo antico non si poneva il problema di risolvere, ma se lo poteva permettere senza danneggiare il funzionamento delle cose, e che il mastodontico mondo moderno, di esclusiva fattura politica, per ignavia, per presunzione, e forse per malignità, si affanna ad aggravare. Tante conclamate riforme dell'Università e l'ignavia dei nostri governanti verso un tesoro da tutelare.