Il libro è coriaceo, merita un museo, e non per esserci chiuso dentro a impolverarsi, ma perché promette di sopravvivere ancora molto a lungo, anche all'eventuale fine della stampa. Gian Arturo Ferrari ha lanciato la proposta partendo dalla mostra sui «Libri che hanno fatto l'Italia», di cui è curatore per il Salone del Lingotto. E se l'idea viene dall'ex numero uno della Mondadori, e presidente del Centro per il libro e la lettura voluto dal ministero dei Beni culturali, è da prendere sul serio: tant'è vero che dal mondo politico e culturale piemontese arrivano i primi consensi. Sarà una strada lunga. Ma che cosa intende per Museo del libro? «Non solo un museo della stampa, come già ne esistono in Europa. Ma che racconti il libro nella sua lunga vita, mostrando per esempio quanto fosse differente prima del Cinquecento; già questo ci consente di farci un'idea dei motivi per i quali sopravviverà ancora». Che cos'è un libro? «Un oggetto fisico e una forma. Non qualsiasi scrittura, beninteso. Potremmo dire convenzionalmente che nasce con la trascrizione dei poemi omerici, o dei Rig Veda indiani. E una forma chiusa». Con un inizio, una fine, e un contenuto immutabile. «Questa è la sua forza, e anche la sua relativa debolezza. Ricorderà come Platone ne diffidasse, tanto che scrisse le sue opere in forma di dialogo, per recuperare la flessibilità della comunicazione verbale. Anche la tecnologia contemporanea ripropone questa flessibilità; però i vantaggi della forma chiusa sono enormi. II museo spiega com'è andata questa vicenda, per millenni». Dai primi rotoli (i «volumi», appunto) all'ebook? «Dovrebbe essere un museo di oggetti, ma non solo. Per esempio bisognerà raccontare perché sono nate le biblioteche, teorizzate da Aristotele sulla base della convinzione che ogni volume contiene un pezzetto di verità, e quindi bisogna raccoglierli tutti per arrivare al sapere. E far capire quanto fossero rari nell'antichità, come venivano fatti materialmente, come sia nato il loro commercio e come è sorta, a Venezia, l'editoria». Sta pensando a un museo didattico? «Direi concettuale, che fa vedere tutto, che fa "provare" per esempio a scrivere su pergamena o stampare al torchio; e mostra che cosa sono stati e sono i libri nella vita culturale del mondo. Serve a creare affezione. Ho l'impressione che in Italia, nonostante tutto, sia in atto uno spontaneo movimento affettivo verso i libri, anche se i lettori sono ancora pochi. Ma quei pochi e determinati sbaglierebbero a sentirsi rinchiusi e clandestini come una setta. Anche un museo può aiutarci a uscire dalla sindrome di Fort Apache». A Torino? «A me piacerebbe la palazzina di Stupinigi» Si era parlato del castello di Moncalieri. «E immenso, e poi al momento ci sono i carabinieri. Stupinigi sarebbe perfetto. Sia ben chiaro, voglio un grandissimo museo. II costo non è così alto: a parte la sede, per l'allestimento potrebbero bastare b o 6 milioni». Quante possibilità pensa di avere? «Per ora le risposte sono positive. Le idee vanno fatte circolare, solo così tendono a tradursi in realtà».
Torino. Ferrati: dai papiri all'eBook, così sarà il Museo del libro
Il libro "Museo del libro" di Gian Arturo Ferrari propone la creazione di un museo dedicato ai libri, che non sia solo un museo della stampa, ma mostri la storia e la cultura dei libri nella loro lunga vita. Il libro esplora la storia dei libri, dalla trascrizione dei poemi omerici ai primi rotoli, fino all'ebook. Ferrari propone un museo didattico che faccia vedere e provare la storia dei libri, creando affezione per i libri e aiutando a superare la sindrome di Fort Apache. Il costo del museo sarebbe di circa 6 milioni di euro. Il progetto ha ricevuto consensi positivi, e Ferrari pensa che sia possibile realizzarlo.
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