Appello per destinare il 5 per mille ad un centro di fama mondiale Rischio chiusura per l'Istituto di piazza dell'Orologio L'ultimo sos lanciato è la richiesta di destinargli il cinque per mille dell'Irpef (il codice fiscale da indicare è 80132790587). Se servirà a ridare fiato, è presto per dire, perché l'Istituto storico italiano per il Medioevo è un malato grave cui non basta un'iniezione di antidolorifico per guarire. Già sulle nostre pagine ne aveva segnalato un anno fa le difficoltà Carlo Arturo Quintavalle. Ma nulla è cambiato, anzi, la situazione è ancora peggiorata. Le pubblicazioni si sono diradate, documenti e testi che andrebbero trasferiti su supporto telematico restano immobili sulla carta, preparati collaboratori sono stati licenziati, la stupenda sala conferenze decorata da legni antichi è da mesi desolatamente vuota. Non si contano i convegni di studi, gli incontri, le conferenze saltate. Una lenta agonia, e neanche il decreto-legge che ha rifinanziato la cultura con sette milioni di euro lascia ben sperare. «Chi ci garantisce che saremo noi a essere salvati? Con quali criteri saranno destinati i fondi?» si domanda con comprensibile ansietà il presidente dell'Istituto, Massimo Miglio. Nessuno: nessuno può garantire, ad oggi, la sopravvivenza di questo gioiello a piazza dell'Orologio, nell'ex convento che ospita inoltre l'Archivio capitolino e la Biblioteca Vallicelliana. Fondato nel 1883, voluto e diretto negli anni da personaggi di altissimo profilo culturale e politico, l'Istituto ha contribuito a tracciare l'identità di una nazione attraverso la pubblicazione delle fonti per la storia d'Italia, cronache, raccolte di documenti, obituari, testi letterari. Le collane di studi storici contano su più di 500 volumi. La biblioteca specializzata ha anche due piccoli fondi di manoscritti. Ancora, un'ottima collezione di riviste specializzate. Il repertorio bibliografico delle fonti storiche medievali d'Europa è un prezioso strumento per gli studiosi. Materiale da conservare, potenziare, aggiornare. Ma bastano due conti per capire come sia un'impresa impossibile. L'Istituto ha ogni anno spese fisse per 230.000 euro, di cui 163.000 sono quelle per il personale di ruolo, cinque persone (erano otto nel 2001). Il finanziamento statale dai 190.000 euro del 2010 è sceso quest'anno a 158.000 euro, evidentemente insufficiente a coprire gli stessi stipendi dei pochi impiegati. Non c'è niente da inventarsi, la sofferenza è evidente. Tutto questo mentre istituzioni culturali straniere simili crescono, migliorano, si espandono. «L'Istituto storico germanico - fa notare il professor Miglio - ha a disposizione per la sola biblioteca il doppio di quanto abbiamo noi per tutte le attività. Quando c'è stato uno stanziamento iniziale dignitoso, grazie a sponsorizzazioni di banche e privati siamo stati in grado di mettere in moto un circuito virtuoso che ha portato a un bilancio consuntivo di 650.000 euro. Però è un serpente che si morde la coda: niente soldi, niente iniziative». E mentre in Italia stiamo a guardare, gli altri s'interrogano. In un libro bianco «Medioevo negato», il professor Miglio ha raccolto gli attestati di solidarietà di istituzioni internazionali, come l'Académie des inscriptions et belles-lettres dell'Istituto di Francia o i Monumenta Germaniae Historica. «Roma è il Cern delle scienze umanistiche - ha scritto a Berlusconi Walter Geerts, responsabile dell'Unione internazionale degli istituti di archeologia, storia e storia dell'arte in Roma -. Network come questi una volta attaccati alla base non si ricostruiscono più: semplicemente spariscono».